Messaggio del Santo Padre Francesco per la III Giornata Mondiale dei Poveri

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Messaggio del Santo Padre

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Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco per la III Giornata Mondiale dei Poveri che si celebra la XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – quest’anno il 17 novembre 2019 – sul tema La speranza dei poveri non sarà mai delusa:

Messaggio del Santo Padre

La speranza dei poveri non sarà mai delusa

1. «La speranza dei poveri non sarà mai delusa» ( Sal 9,19). Le parole del Salmo manifestano una incredibile attualità. Esprimono una verità profonda che la fede riesce a imprimere soprattutto nel cuore dei più poveri: restituire la speranza perduta dinanzi alle ingiustizie, sofferenze e precarietà della vita.

Il Salmista descrive la condizione del povero e l’arroganza di chi lo opprime (cfr vv. 22-31). Invoca il giudizio di Dio perché sia restituita giustizia e superata l’iniquità (cfr vv. 35-36). Sembra che nelle sue parole ritorni la domanda che si rincorre nel corso dei secoli fino ai nostri giorni: come può Dio tollerare questa disparità? Come può permettere che il povero venga umiliato, senza intervenire in suo aiuto? Perché consente che chi opprime abbia vita felice mentre il suo comportamento andrebbe condannato proprio dinanzi alla sofferenza del povero?

Nel momento della composizione di questo Salmo si era in presenza di un grande sviluppo economico che, come spesso accade, giunse anche a produrre forti squilibri sociali. La sperequazione generò un numeroso gruppo di indigenti, la cui condizione appariva ancor più drammatica se confrontata con la ricchezza raggiunta da pochi privilegiati. L’autore sacro, osservando questa situazione, dipinge un quadro tanto realistico quanto veritiero.

Era il tempo in cui gente arrogante e senza alcun senso di Dio dava la caccia ai poveri per impossessarsi perfino del poco che avevano e ridurli in schiavitù. Non è molto diverso oggi. La crisi economica non ha impedito a numerosi gruppi di persone un arricchimento che spesso appare tanto più anomalo quanto più nelle strade delle nostre città tocchiamo con mano l’ingente numero di poveri a cui manca il necessario e che a volte sono vessati e sfruttati. Tornano alla mente le parole dell’Apocalisse: «Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» ( Ap 3,17). Passano i secoli ma la condizione di ricchi e poveri permane immutata, come se l’esperienza della storia non insegnasse nulla. Le parole del Salmo, dunque, non riguardano il passato, ma il nostro presente posto dinanzi al giudizio di Dio.

2. Anche oggi dobbiamo elencare molte forme di nuove schiavitù a cui sono sottoposti milioni di uomini, donne, giovani e bambini.

Incontriamo ogni giorno famiglie costrette a lasciare la loro terra per cercare forme di sussistenza altrove; orfani che hanno perso i genitori o che sono stati violentemente separati da loro per un brutale sfruttamento; giovani alla ricerca di una realizzazione professionale a cui viene impedito l’accesso al lavoro per politiche economiche miopi; vittime di tante forme di violenza, dalla prostituzione alla droga, e umiliate nel loro intimo. Come dimenticare, inoltre, i milioni di immigrati vittime di tanti interessi nascosti, spesso strumentalizzati per uso politico, a cui sono negate la solidarietà e l’uguaglianza? E tante persone senzatetto ed emarginate che si aggirano per le strade delle nostre città?

Quante volte vediamo i poveri nelle discariche a raccogliere il frutto dello scarto e del superfluo, per trovare qualcosa di cui nutrirsi o vestirsi! Diventati loro stessi parte di una discarica umana sono trattati da rifiuti, senza che alcun senso di colpa investa quanti sono complici di questo scandalo. Giudicati spesso parassiti della società, ai poveri non si perdona neppure la loro povertà. Il giudizio è sempre all’erta. Non possono permettersi di essere timidi o scoraggiati, sono percepiti come minacciosi o incapaci, solo perché poveri.

Dramma nel dramma, non è consentito loro di vedere la fine del tunnel della miseria. Si è giunti perfino a teorizzare e realizzare un’ architettura ostile in modo da sbarazzarsi della loro presenza anche nelle strade, ultimi luoghi di accoglienza. Vagano da una parte all’altra della città, sperando di ottenere un lavoro, una casa, un affetto… Ogni eventuale possibilità offerta, diventa uno spiraglio di luce; eppure, anche là dove dovrebbe registrarsi almeno la giustizia, spesso si infierisce su di loro con la violenza del sopruso. Sono costretti a ore infinite sotto il sole cocente per raccogliere i frutti della stagione, ma sono ricompensati con una paga irrisoria; non hanno sicurezza sul lavoro né condizioni umane che permettano di sentirsi uguali agli altri. Non esiste per loro cassa integrazione, indennità, nemmeno la possibilità di ammalarsi.

Il Salmista descrive con crudo realismo l’atteggiamento dei ricchi che depredano i poveri: “Stanno in agguato per ghermire il povero…attirandolo nella rete” (cfr Sal 10,9). È come se per loro si trattasse di una battuta di caccia, dove i poveri sono braccati, presi e resi schiavi. In una condizione come questa il cuore di tanti si chiude, e il desiderio di diventare invisibili prende il sopravvento. Insomma, riconosciamo una moltitudine di poveri spesso trattati con retorica e sopportati con fastidio. Diventano come trasparenti e la loro voce non ha più forza né consistenza nella società. Uomini e donne sempre più estranei tra le nostre case e marginalizzati tra i nostri quartieri.

3. Il contesto che il Salmo descrive si colora di tristezza, per l’ingiustizia, la sofferenza e l’amarezza che colpisce i poveri. Nonostante questo, offre una bella definizione del povero. Egli è colui che “confida nel Signore” (cfr v. 11), perché ha la certezza di non essere mai abbandonato. Il povero, nella Scrittura, è l’uomo della fiducia! L’autore sacro offre anche il motivo di tale fiducia: egli “conosce il suo Signore” (cfr ibid. ), e nel linguaggio biblico questo “conoscere” indica un rapporto personale di affetto e di amore.

Siamo dinanzi a una descrizione davvero impressionante che non ci aspetteremmo mai. Ciò, tuttavia, non fa che esprimere la grandezza di Dio quando si trova dinanzi a un povero. La sua forza creatrice supera ogni aspettativa umana e si rende concreta nel “ricordo” che egli ha di quella persona concreta (cfr v. 13). È proprio questa confidenza nel Signore, questa certezza di non essere abbandonato, che richiama alla speranza. Il povero sa che Dio non lo può abbandonare; perciò vive sempre alla presenza di quel Dio che si ricorda di lui. Il suo aiuto si estende oltre la condizione attuale di sofferenza per delineare un cammino di liberazione che trasforma il cuore, perché lo sostiene nel più profondo.

4. È un ritornello permanente delle Sacre Scritture la descrizione dell’agire di Dio in favore dei poveri. Egli è colui che “ascolta”, “interviene”, “protegge”, “difende”, “riscatta”, “salva”… Insomma, un povero non potrà mai trovare Dio indifferente o silenzioso dinanzi alla sua preghiera. Dio è colui che rende giustizia e non dimentica (cfr Sal 40,18; 70,6); anzi, è per lui un rifugio e non manca di venire in suo aiuto (cfr Sal 10,14).

Si possono costruire tanti muri e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori. Non sarà così per sempre. Il “giorno del Signore”, come descritto dai profeti (cfr Am 5,18; Is 2-5; Gl 1-3), distruggerà le barriere create tra Paesi e sostituirà l’arroganza di pochi con la solidarietà di tanti. La condizione di emarginazione in cui sono vessati milioni di persone non potrà durare ancora a lungo. Il loro grido aumenta e abbraccia la terra intera. Come scriveva Don Primo Mazzolari: «Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera. Se le dai fuoco, il mondo salta».

5. Non è mai possibile eludere il pressante richiamo che la Sacra Scrittura affida ai poveri. Dovunque si volga lo sguardo, la Parola di Dio indica che i poveri sono quanti non hanno il necessario per vivere perché dipendono dagli altri. Sono l’oppresso, l’umile, colui che è prostrato a terra. Eppure, dinanzi a questa innumerevole schiera di indigenti, Gesù non ha avuto timore di identificarsi con ciascuno di essi: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» ( Mt 25,40). Sfuggire da questa identificazione equivale a mistificare il Vangelo e annacquare la rivelazione. Il Dio che Gesù ha voluto rivelare è questo: un Padre generoso, misericordioso, inesauribile nella sua bontà e grazia, che dona speranza soprattutto a quanti sono delusi e privi di futuro.

Come non evidenziare che le Beatitudini, con le quali Gesù ha inaugurato la predicazione del regno di Dio, si aprono con questa espressione: «Beati voi, poveri» ( Lc 6,20)? Il senso di questo annuncio paradossale è che proprio ai poveri appartiene il Regno di Dio, perché sono nella condizione di riceverlo. Quanti poveri incontriamo ogni giorno! Sembra a volte che il passare del tempo e le conquiste di civiltà aumentino il loro numero piuttosto che diminuirlo. Passano i secoli, e quella beatitudine evangelica appare sempre più paradossale; i poveri sono sempre più poveri, e oggi lo sono ancora di più. Eppure Gesù, che ha inaugurato il suo Regno ponendo i poveri al centro, vuole dirci proprio questo: Lui ha inaugurato , ma ha affidato a noi, suoi discepoli, il compito di portarlo avanti, con la responsabilità di dare speranza ai poveri. È necessario, soprattutto in un periodo come il nostro, rianimare la speranza e restituire fiducia. È un programma che la comunità cristiana non può sottovalutare. Ne va della credibilità del nostro annuncio e della testimonianza dei cristiani.

6. Nella vicinanza ai poveri, la Chiesa scopre di essere un popolo che, sparso tra tante nazioni, ha la vocazione di non far sentire nessuno straniero o escluso, perché tutti coinvolge in un comune cammino di salvezza. La condizione dei poveri obbliga a non prendere alcuna distanza dal Corpo del Signore che soffre in loro. Siamo chiamati, piuttosto, a toccare la sua carne per comprometterci in prima persona in un servizio che è autentica evangelizzazione. La promozione anche sociale dei poveri non è un impegno esterno all’annuncio del Vangelo, al contrario, manifesta il realismo della fede cristiana e la sua validità storica. L’amore che dà vita alla fede in Gesù non permette ai suoi discepoli di rinchiudersi in un individualismo asfissiante, nascosto in segmenti di intimità spirituale, senza alcun influsso sulla vita sociale (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium , 183).

Recentemente abbiamo pianto la morte di un grande apostolo dei poveri, Jean Vanier, che con la sua dedizione ha aperto nuove vie alla condivisione promozionale con le persone emarginate. Jean Vanier ha ricevuto da Dio il dono di dedicare tutta la sua vita ai fratelli con gravi disabilità che spesso la società tende ad escludere. È stato un “santo della porta accanto” alla nostra; con il suo entusiasmo ha saputo raccogliere intorno a sé tanti giovani, uomini e donne, che con impegno quotidiano hanno dato amore e restituito il sorriso a tante persone deboli e fragili offrendo loro una vera “arca” di salvezza contro l’emarginazione e la solitudine. Questa sua testimonianza ha cambiato la vita di tante persone e ha aiutato il mondo a guardare con occhi diversi alle persone più fragili e deboli. Il grido dei poveri è stato ascoltato e ha prodotto una speranza incrollabile, creando segni visibili e tangibili di un amore concreto che fino ad oggi possiamo toccare con mano.

7. «L’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via» ( ibid ., 195) è una scelta prioritaria che i discepoli di Cristo sono chiamati a perseguire per non tradire la credibilità della Chiesa e donare speranza fattiva a tanti indifesi. La carità cristiana trova in essi la sua verifica, perché chi compatisce le loro sofferenze con l’amore di Cristo riceve forza e conferisce vigore all’annuncio del Vangelo.

L’impegno dei cristiani, in occasione di questa Giornata Mondiale e soprattutto nella vita ordinaria di ogni giorno, non consiste solo in iniziative di assistenza che, pur lodevoli e necessarie, devono mirare ad accrescere in ognuno l’attenzione piena che è dovuta ad ogni persona che si trova nel disagio. «Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione» ( ibid ., 199) per i poveri nella ricerca del loro vero bene. Non è facile essere testimoni della speranza cristiana nel contesto della cultura consumistica e dello scarto, sempre tesa ad accrescere un benessere superficiale ed effimero. È necessario un cambiamento di mentalità per riscoprire l’essenziale e dare corpo e incisività all’annuncio del regno di Dio.

La speranza si comunica anche attraverso la consolazione, che si attua accompagnando i poveri non per qualche momento carico di entusiasmo, ma con un impegno che continua nel tempo. I poveri acquistano speranza vera non quando ci vedono gratificati per aver concesso loro un po’ del nostro tempo, ma quando riconoscono nel nostro sacrificio un atto di amore gratuito che non cerca ricompensa.

8. A tanti volontari, ai quali va spesso il merito di aver intuito per primi l’importanza di questa attenzione ai poveri, chiedo di crescere nella loro dedizione. Cari fratelli e sorelle, vi esorto a cercare in ogni povero che incontrate ciò di cui ha veramente bisogno; a non fermarvi alla prima necessità materiale, ma a scoprire la bontà che si nasconde nel loro cuore, facendovi attenti alla loro cultura e ai loro modi di esprimersi, per poter iniziare un vero dialogo fraterno. Mettiamo da parte le divisioni che provengono da visioni ideologiche o politiche, fissiamo lo sguardo sull’essenziale che non ha bisogno di tante parole, ma di uno sguardo di amore e di una mano tesa. Non dimenticate mai che «la peggiore discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale» ( ibid. , 200).

I poveri prima di tutto hanno bisogno di Dio, del suo amore reso visibile da persone sante che vivono accanto a loro, le quali nella semplicità della loro vita esprimono e fanno emergere la forza dell’amore cristiano. Dio si serve di tante strade e di infiniti strumenti per raggiungere il cuore delle persone. Certo, i poveri si avvicinano a noi anche perché stiamo distribuendo loro il cibo, ma ciò di cui hanno veramente bisogno va oltre il piatto caldo o il panino che offriamo. I poveri hanno bisogno delle nostre mani per essere risollevati, dei nostri cuori per sentire di nuovo il calore dell’affetto, della nostra presenza per superare la solitudine. Hanno bisogno di amore, semplicemente.

9. A volte basta poco per restituire speranza: basta fermarsi, sorridere, ascoltare. Per un giorno lasciamo in disparte le statistiche; i poveri non sono numeri a cui appellarsi per vantare opere e progetti. I poveri sono persone a cui andare incontro: sono giovani e anziani soli da invitare a casa per condividere il pasto; uomini, donne e bambini che attendono una parola amica. I poveri ci salvano perché ci permettono di incontrare il volto di Gesù Cristo.

Agli occhi del mondo appare irragionevole pensare che la povertà e l’indigenza possano avere una forza salvifica; eppure, è quanto insegna l’Apostolo quando dice: «Non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» ( 1 Cor 1,26-29). Con gli occhi umani non si riesce a vedere questa forza salvifica; con gli occhi della fede, invece, la si vede all’opera e la si sperimenta in prima persona. Nel cuore del Popolo di Dio in cammino pulsa questa forza salvifica che non esclude nessuno e tutti coinvolge in un reale pellegrinaggio di conversione per riconoscere i poveri e amarli.

10. Il Signore non abbandona chi lo cerca e quanti lo invocano; «non dimentica il grido dei poveri» ( Sal 9,13), perché le sue orecchie sono attente alla loro voce. La speranza del povero sfida le varie condizioni di morte, perché egli sa di essere particolarmente amato da Dio e così vince sulla sofferenza e l’esclusione. La sua condizione di povertà non gli toglie la dignità che ha ricevuto dal Creatore; egli vive nella certezza che gli sarà restituita pienamente da Dio stesso, il quale non è indifferente alla sorte dei suoi figli più deboli, al contrario, vede i loro affanni e dolori e li prende nelle sue mani, e dà loro forza e coraggio (cfr Sal 10,14). La speranza del povero si fa forte della certezza di essere accolto dal Signore, di trovare in lui giustizia vera, di essere rafforzato nel cuore per continuare ad amare (cfr Sal 10,17).

La condizione che è posta ai discepoli del Signore Gesù, per essere coerenti evangelizzatori, è di seminare segni tangibili di speranza. A tutte le comunità cristiane e a quanti sentono l’esigenza di portare speranza e conforto ai poveri, chiedo di impegnarsi perché questa Giornata Mondiale possa rafforzare in tanti la volontà di collaborare fattivamente affinché nessuno si senta privo della vicinanza e della solidarietà. Ci accompagnino le parole del profeta che annuncia un futuro diverso: «Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia» ( Ml 3,20).

Dal Vaticano, 13 giugno 2019
Memoria liturgica di S. Antonio di Padova

FRANCESCO

[01040-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

L’espérance des pauvres ne sera jamais déçue

1. «Le pauvre n’est pas oublié jusqu’à la fin, l’espérance des malheureux ne périt pas à jamais» ( Ps 9, 19). Les paroles du psaume manifestent une actualité incroyable. Ils expriment une vérité profonde que la foi parvient à imprimer avant tout dans le cœur des plus pauvres: rendre l’espérance perdue devant les injustices, les souffrances et la précarité de la vie.

Le psalmiste décrit la situation du pauvre et l’arrogance de ceux qui l’oppriment (cf. v. 22-31). Il invoque le jugement de Dieu pour rétablir la justice et vaincre l’iniquité (cf. v. 35.36). Il semble que dans ses mots, la question qui se pose au fil des siècles résonne encore aujourd’hui: comment Dieu peut-il tolérer cette disparité? Comment peut-il permettre que le pauvre soit humilié, sans apporter son aide? Pourquoi permet-il à ceux qui oppriment d’avoir une vie heureuse alors que leur comportement devrait être condamné face à la souffrance du pauvre ?

Au moment de la composition de ce psaume, il y avait un grand développement économique qui, comme cela arrive souvent, a également produit de forts déséquilibres sociaux. L’inégalité a généré un groupe important de pauvres, dont la situation semblait encore plus dramatique comparée à la richesse réalisée par quelques privilégiés. L’auteur sacré, observant cette situation, dresse un tableau aussi réaliste que véridique.

C’était l’époque où des personnes arrogantes et dénuées du sens de Dieu chassaient les pauvres pour s’emparer même du peu qu’ils avaient et les réduire en esclavage. Ce n’est pas très différent aujourd’hui. La crise économique n’a pas empêché de nombreux groupes de personnes de s’enrichir, ce qui apparaît souvent d’autant plus anormal que nous voyons concrètement le nombre considérable de pauvres qui manquent du nécessaire dans les rues de nos villes et qui sont parfois brimés et exploités. Les mots de l’Apocalypse me viennent à l’esprit : «Tu t’imagines: me voilà riche, je me suis enrichi et je n’ai besoin de rien; mais tu ne le vois donc pas: c’est toi qui es malheureux, pitoyable, pauvre, aveugle et nu!». ( Ap 3, 17). Les siècles passent, mais la situation des riches et des pauvres reste inchangée, comme si l’expérience de l’histoire ne nous enseignait rien. Les paroles du Psaume ne concernent donc pas le passé, mais notre présent, mis devant le jugement de Dieu.

2. Même aujourd’hui, nous devons énumérer de nombreuses formes de nouveaux esclavages auxquelles sont soumis des millions d’hommes, de femmes, de jeunes et d’enfants. Chaque jour, nous rencontrons des familles contraintes de quitter leurs terres pour chercher des moyens de subsistance ailleurs; des orphelins qui ont perdu leurs parents ou qui en ont été séparés violemment pour être exploités brutalement; des jeunes à la recherche d’une réussite professionnelle, qui se voient refuser l’accès au travail en raison de politiques économiques aveugles; des victimes de nombreuses formes de violence, de la prostitution à la drogue, et humiliées au plus intime. De plus, comment oublier les millions d’ immigrés victimes de tant d’intérêts cachés, souvent instrumentalisés à des fins politiques, à qui la solidarité et l’égalité sont refusées? Et tant de personnes sans abri et marginalisées qui errent dans les rues de nos villes?

Combien de fois nous voyons les pauvres dans les déchetteries récolter les fruits du gaspillage et du superflu, pour y trouver de quoi se nourrir ou s’habiller! Devenus eux-mêmes partie d’une décharge humaine, ils sont traités comme des ordures, sans qu’aucun sentiment de culpabilité n’affecte ceux qui sont complices de ce scandale. Souvent considérés comme des parasites de la société, on ne pardonne pas même aux pauvres leur pauvreté. Le jugement est toujours aux aguets. Ils ne peuvent pas se permettre d’être timides ou découragés, ils sont perçus comme menaçants ou incapables, simplement parce qu’ils sont pauvres.

Le drame dans le drame, c’est qu’ils ne sont pas autorisés à voir la fin du tunnel de la misère. Nous en sommes même arrivés à théoriser et à mettre en œuvre une architecture hostile afin de se débarrasser de leur présence même dans la rue, dernier lieu d’accueil. Ils errent d’une partie de la ville à l’autre, dans l’espoir de trouver un travail, une maison, de l’affection… Chaque possibilité offerte devient une lueur d’espoir; pourtant, même là où la justice devrait s’inscrire, elle s’attaque souvent à eux avec violence et maltraitance. Ils sont obligés de passer des heures interminables au soleil brûlant pour récolter les fruits de la saison et en sont récompensés par un salaire dérisoire; ils n’ont aucune sécurité d’emploi ni de conditions humaines qui leur permettent de se sentir égaux aux autres. Pour eux, il n’y a pas de chômage ni d’indemnité, ni même la possibilité d’être malade.

Le psalmiste décrit avec un réalisme cru l’attitude des riches qui s’attaquent aux pauvres: «à l’affût, bien couvert, comme un lion dans son fourré, à l’affût pour ravir le malheureux, il ravit le malheureux en le traînant dans son filet» ( Ps 10, 9). Comme si pour eux c’était une chasse, où les pauvres sont traqués, pris et réduits en esclavage. Dans de telles conditions, le cœur de nombreuses personnes se ferme et le désir de devenir invisible prend le dessus. En bref, nous reconnaissons une multitude de pauvres souvent traités par des discours et supportés avec agacement. Ils deviennent comme transparents et leur voix n’a plus de force ni d’importance dans la société. Ces hommes et ces femmes sont de plus en plus étrangers de nos maisons et marginalisés dans nos quartiers.

3. Le contexte décrit par le Psaume est empreint de tristesse à cause de l’injustice, la souffrance et l’amertume qui affectent les pauvres. Malgré cela, il offre une belle définition du pauvre. Il est celui qui“fait confiance au Seigneur” (cf. v. 11), car il a la certitude qu’il ne sera jamais abandonné. Le pauvre, dans les Écritures, est l’homme de la confiance! L’auteur sacré donne également la raison de cette confiance: il “connaît son Seigneur” (cf. ibid.), et dans le langage biblique, ce “connaître” indique une relation personnelle d’affection et d’amour.

Nous sommes confrontés à une description vraiment impressionnante à laquelle nous ne nous attendions pas. Cela ne fait cependant qu’exprimer la grandeur de Dieu lorsqu’il se trouve devant une personne pauvre. Sa force créatrice dépasse toutes attente humaine et se concrétise dans la “mémoire” qu’il a de cette personne concrète (cf. v. 13). C’est précisément cette confiance dans le Seigneur, cette certitude de ne pas être abandonné, qui appelle à l’espérance. Le pauvre sait que Dieu ne peut pas l’abandonner; c’est pourquoi il vit toujours en présence de ce Dieu qui se souvient de lui. Son aide va au-delà de la condition actuelle de souffrance pour tracer un chemin de libération qui transforme le cœur, car il le soutient au plus profond.

4. La description de l’action de Dieu en faveur des pauvres est un refrain permanent dans les Saintes Écritures. Il est celui qui “écoute”, “intervient”, “protège”, “défend”, “rachète”, “sauve”… Bref, un pauvre ne pourra jamais trouver Dieu indifférent ou silencieux face à sa prière. Dieu est celui qui rend justice et n’oublie pas (cf. Ps . 40,18 ; 70,6) ; en effet, il est pour lui un refuge et il ne manquera pas de lui venir en aide (cf. Ps . 10,14).

De nombreux murs peuvent être construits et les entrées peuvent être bloquées pour avoir l’illusion de se sentir en sécurité avec ses richesses au détriment de ceux qu’on laisse dehors. Ce ne sera pas comme ça pour toujours. Le “jour du Seigneur”, tel que décrit par les prophètes (cf. Am 5,18 ; Is 2-5 ; Jl 1-3), détruira les barrières créées entre les pays et remplacera l’arrogance de quelques-uns par la solidarité de beaucoup. La condition de marginalisation par laquelle des millions de personnes sont brimées ne pourra pas durer encore longtemps. Leur cri augmente et embrasse la terre entière. Comme l’écrivait l’abbé Primo Mazzolari : «Le pauvre est une protestation continuelle contre nos injustices; le pauvre est un baril de poudre. Si vous y mettez le feu, le monde explose ».

5. Il n’est jamais possible d’éluder l’appel pressant que la Sainte Écriture confie aux pauvres. Partout où nous regardons, la Parole de Dieu indique que les pauvres sont ceux qui n’ont pas le nécessaire pour vivre parce qu’ils dépendent des autres. Ce sont les opprimés, les humbles, ceux qui se prosternent sur le sol. Et pourtant, devant cette foule innombrable d’indigents, Jésus n’a pas eu peur de s’identifier à chacun d’eux: «dans la mesure où vous l’avez fait à l’un de ces plus petits de mes frères, c’est à moi que vous l’avez fait » ( Mt 25, 40). Fuir cette identification revient à mystifier l’Évangile et à diluer la révélation. Le Dieu que Jésus a voulu révéler est le suivant: un Père généreux, miséricordieux, inépuisable dans sa bonté et sa grâce, qui donne l’espérance avant tout à ceux qui sont déçus et sans avenir.

Comment ne pas souligner que les Béatitudes, par lesquelles Jésus a inauguré la prédication du Royaume de Dieu, débutent par cette expression: «Heureux, vous les pauvres » ( Lc 6, 20)? Le sens de cette annonce paradoxale est que le Royaume de Dieu appartient précisément aux pauvres, car ils sont en mesure de le recevoir. Combien de personnes pauvres nous rencontrons chaque jour! Il semble parfois que le temps et les conquêtes de la civilisation augmentent leur nombre au lieu de le diminuer. Les siècles passent et cette béatitude évangélique apparaît de plus en plus paradoxale; les pauvres sont toujours plus pauvres et aujourd’hui ils le sont encore plus. Pourtant, Jésus, qui a inauguré son Royaume en plaçant les pauvres au centre, veut nous dire précisément ceci: il l’a inauguré, mais nous a confié à nous, ses disciples, la tâche de le mener à bien, avec la responsabilité de donner de l’espérance aux pauvres. Il est nécessaire, surtout à une époque comme la nôtre, de redonner espérance et de rétablir la confiance. C’est un programme que la communauté chrétienne ne peut sous-estimer. La crédibilité de notre proclamation et du témoignage des chrétiens en dépend.

6. Dans sa proximité avec les pauvres, l’Église découvre qu’elle est un peuple qui, dispersé parmi tant de nations, a pour vocation de ne faire sentir à personne qu’il est étranger ou exclu, car tout le monde est impliqué dans un chemin commun de Salut. La condition des pauvres nous oblige à ne pas nous éloigner du Corps du Seigneur qui souffre en eux. Nous sommes plutôt appelés à toucher sa chair pour nous compromettre personnellement dans un service d’évangélisation authentique. La promotion sociale des pauvres n’est pas un engagement extérieur à la proclamation de l’Évangile, au contraire, elle montre le réalisme de la foi chrétienne et sa valeur historique. L’amour qui donne vie à la foi en Jésus ne permet pas à ses disciples de se replier dans un individualisme asphyxiant, caché dans des segments d’intimité spirituelle, sans aucune influence sur la vie sociale (cf. Exhort. ap. Evangelii Gaudium , n. 183).

Récemment, nous avons pleuré la mort d’un grand apôtre des pauvres, Jean Vanier, qui, avec son dévouement, a ouvert de nouvelles voies au partage avec les personnes marginalisées en vue de leur promotion. Jean Vanier a reçu de Dieu le don de consacrer toute sa vie aux frères gravement handicapés que la société a souvent tendance à exclure. Il a été un “saint de la porte d’à côté”. Avec son enthousiasme, il a su rassembler autour de lui de nombreux jeunes, des hommes et des femmes, qui, avec un engagement quotidien, ont donné de l’amour et redonné le sourire à tant de personnes faibles et fragiles, en leur offrant une véritable “arche” de salut contre l’exclusion et la solitude. Son témoignage a changé la vie de nombreuses personnes et a aidé le monde à regarder les plus fragiles et les plus faibles avec un regard différent. Le cri des personnes pauvres a été entendu et a produit une espérance inébranlable, créant des signes visibles et tangibles d’un amour concret que nous pouvons toucher de nos mains jusqu’à aujourd’hui.

7. «L’option pour les plus petits, pour ceux que la société rejette et met de côté» ( ibid ., n. 195) est un choix prioritaire que les disciples du Christ sont appelés à poursuivre pour ne pas trahir la crédibilité de l’Église et donner une espérance effective à tant de personnes sans défense. La charité chrétienne trouve en eux sa confirmation, car celui qui compatit à leurs souffrances avec l’amour du Christ reçoit force et vigueur pour l’annonce de l’Évangile.

L’engagement des chrétiens, à l’occasion de cette Journée mondiale , et surtout dans la vie de tous les jours, ne consiste pas uniquement en des initiatives d’assistance qui, bien que louables et nécessaires, doivent viser à renforcer en chacun l’attention maximale qui est due à chaque personne en détresse. «Cette attention à l’amour est le début d’une réelle préoccupation» ( ibid ., n. 199) pour les personnes pauvres dans la recherche de leur véritable bien. Il n’est pas facile d’être témoin de l’espérance chrétienne dans le contexte de la culture de consommation et de rejet, qui tend toujours à accroître un bien-être superficiel et éphémère. Un changement de mentalité est nécessaire pour redécouvrir l’essentiel et donner corps et efficacité à l’annonce du Royaume de Dieu.

L’espérance se communique aussi à travers la consolation, qui se réalise en accompagnant les pauvres, non pas pour quelque moment chargé d’enthousiasme, mais avec un engagement qui dure dans le temps. Les pauvres acquièrent de l’espérance réelle non pas quand ils nous voient gratifiés pour leur avoir donné un peu de notre temps, mais lorsqu’ils reconnaissent dans notre sacrifice un acte d’amour gratuit qui ne cherche pas à être récompensé.

8. Aux nombreux bénévoles, auxquels il revient souvent le mérite d’avoir senti en premier l’importance de cette attention aux pauvres, je demande de grandir dans leur dévouement. Chers frères et sœurs, je vous exhorte à chercher, avec chaque personne pauvre que vous rencontrez, ce dont elle a vraiment besoin; à ne pas vous arrêter à la première nécessité matérielle, mais à découvrir la bonté qui se cache dans leur cœur, en vous faisant attentifs à leur culture et à leurs façons de s’exprimer, pour pouvoir entamer un véritable dialogue fraternel. Mettons de côté les divisions qui proviennent de visions idéologiques ou politiques, fixons le regard sur l’essentiel qui n’a pas besoin de beaucoup de mots, mais d’un regard d’amour et d’une main tendue. N’oubliez jamais que «la pire discrimination dont souffrent les pauvres est le manque d’attention spirituelle » ( ibid ., n. 200).

Les pauvres ont avant tout besoin de Dieu, de son amour rendu visible par des personnes saintes qui vivent au côté d’eux, lesquelles, par la simplicité de leur vie, expriment et font émerger la force de l’amour chrétien. Dieu se sert d’innombrables routes et instruments pour atteindre le cœur des personnes. Bien sûr, les pauvres nous approchent aussi parce que nous leur distribuons de la nourriture, mais ce dont ils ont vraiment besoin va au-delà du plat chaud ou du sandwich que nous proposons. Les pauvres ont besoin de nos mains pour se relever, de nos cœurs pour ressentir à nouveau la chaleur de l’affection, de notre présence pour vaincre la solitude. Ils ont simplement besoin d’amour.

9. Il faut parfois peu de choses pour redonner espérance: il suffit de s’arrêter, sourire, écouter. Pendant un jour, laissons de côté les statistiques; les pauvres ne sont pas des chiffres attrayants pour se vanter de nos œuvres et de nos projets. Les pauvres sont des personnes à rencontrer; jeunes ou âgés, à inviter à la maison pour partager un repas; hommes, femmes et enfants qui attendent une parole amicale. Les pauvres nous sauvent parce qu’ils nous permettent de rencontrer le visage de Jésus-Christ.

Aux yeux du monde, il semble déraisonnable de penser que la pauvreté et l’indigence peuvent avoir une force salvifique; pourtant, c’est ce que l’apôtre nous enseigne lorsqu’il dit: «il n’y a pas beaucoup de sages selon la chair, pas beaucoup de puissants, pas beaucoup de gens bien nés. Mais ce qu’il y a de fou dans le monde, voilà ce que Dieu a choisi pour confondre les sages; ce qu’il y a de faible dans le monde, voilà ce que Dieu a choisi pour confondre ce qui est fort; ce qui dans le monde est sans naissance et ce que l’on méprise, voilà ce que Dieu a choisi; ce qui n’est pas, pour réduire à rien ce qui est, afin qu’aucune chair n’aille se glorifier devant Dieu». (1Co 1,26-29). Avec des yeux humains, on ne peut pas voir cette force salvifique; au contraire c’est avec les yeux de la foi que vous la voyez à l’œuvre et vous en faites directement l’expérience. Au cœur du Peuple de Dieu en marche bat cette force salvifique qui n’exclut personne, mais qui engage chacun à un véritable pèlerinage de conversion pour reconnaître les pauvres et les aimer.

10. Le Seigneur n’abandonne pas ceux qui le cherchent et qui l’invoquent; «il n’oublie pas le cri des malheureux» ( Ps 9, 13), car ses oreilles sont attentives à leur voix. L’espérance du pauvre défie les différentes conditions de mort, car il se sait particulièrement aimé de Dieu et il l’emporte ainsi sur la souffrance et l’exclusion. Sa condition de pauvreté ne lui enlève pas la dignité qu’il a reçue du Créateur; il vit dans la certitude qu’elle lui sera pleinement rendue par Dieu lui-même, qui n’est pas indifférent au sort de ses enfants les plus faibles; au contraire, il voit leurs problèmes et leurs douleurs et les prend dans ses mains, et leur donne force et courage (cf. Ps 10, 14). L’espérance du pauvre est renforcée par la certitude d’être accueilli par le Seigneur, de trouver en lui la vraie justice, d’être renforcé dans le cœur pour continuer à aimer (cf. Ps 10, 17).

La condition, pour que les disciples du Seigneur Jésus soient des évangélisateurs cohérents, est de semer des signes tangibles d’espérance. À toutes les communautés chrétiennes et à tous ceux qui ressentent l’exigence d’apporter espérance et réconfort aux pauvres, je leur demande de travailler pour que cette Journée mondiale renforce chez beaucoup, la volonté de collaborer efficacement afin que personne ne se sente privé de proximité et de solidarité. Que nous accompagnent les paroles du prophète qui annonce un avenir différent: «Mais pour vous qui craignez mon Nom, le soleil de justice brillera, avec la guérison dans ses rayons » ( Ml 3,20).

Du Vatican, le 13 juin 2019
Mémoire liturgique de saint Antoine de Padoue

FRANÇOIS

[01040-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

The hope of the poor shall not perish for ever

1. “The hope of the poor will not perish for ever” ( Ps 9:19). These words of the Psalm remain timely. They express a profound truth that faith impresses above all on the hearts of the poor, restoring lost hope in the face of injustice, sufferings and the uncertainties of life.

The Psalmist describes the condition of the poor and the arrogance of those who oppress them (cf. vv. 22-31). He invokes God’s judgment to restore justice and overcome evil (cf. vv. 35-36). In his words, we hear an echo of age-old questions. How can God tolerate this disparity? How can he let the poor be humiliated without coming to their aid? Why does he allow oppressors to prosper instead of condemning their conduct, especially in the light of the sufferings of the poor?

The Psalm was composed at a time of great economic development that, as often happens, also led to serious social imbalances. The inequitable distribution of wealth created a significant number of poor people, whose condition appeared all the more dramatic in comparison with the wealth attained by a privileged few. The Psalmist, observing the situation, paints a picture as realistic as it is true.

It was a time when arrogant and ungodly people hounded the poor, seeking to take possession even of what little they had, and to reduce them to bondage. The situation is not much different today. The economic crisis has not prevented large groups of people from accumulating fortunes that often appear all the more incongruous when, in the streets of our cities, we daily encounter great numbers of the poor who lack the bare necessities of life and are at times harassed and exploited. The words of Book of Revelation come to mind: “You say, I am rich, I have prospered, and I need nothing. You do not realize that you are wretched, pitiable, poor, blind and naked” ( Rev 3:17). The centuries pass, but the condition of rich and poor remains constant, as if history has taught us nothing. The words of the Psalm, then, are not about the past, but about our present, as it stands before God’s judgement.

2. Today too, we must acknowledge many new forms of bondage that enslave millions of men, women, young people and children.

Daily we encounter families forced to leave their homeland to seek a living elsewhere; orphans who have lost their parents or were violently torn from them by brutal means of exploitation; young people seeking professional fulfilment but prevented from employment by shortsighted economic policies; victims of different kinds of violence, ranging from prostitution to the narcotics trade, and profoundly demeaned. How can we overlook, too, the millions of immigrants who fall victim to any number of concealed interests, often exploited for political advantage, and are refused solidarity and equality? And all the homeless and ostracized persons who roam the streets of our cities?

How many times do we see poor people rummaging through garbage bins to retrieve what others have discarded as superfluous, in the hope of finding something to live on or to wear! They themselves become part of a human garbage bin; they are treated as refuse, without the slightest sense of guilt on the part of those who are complicit in this scandal. Frequently judged parasites on society, the poor are not even forgiven their poverty. Judgment is always around the corner. They are not allowed to be timid or discouraged; they are seen as a threat or simply useless, simply because they are poor.

To make matters worse, they can see no end to the tunnel of extreme poverty. We have come to the point of devising a hostile architecture aimed at ridding the streets of their presence, the last places left to them. They roam from one end of the city to the other in the hope of getting a job, a home, a sign of affection… The least offer becomes a ray of light; yet even where justice might be expected to prevail, they meet with violence and abuse. Forced to work endless hours under a burning sun to gather seasonal fruits, they receive ridiculously low pay. They labour in unsafe and inhuman conditions that prevent them from feeling on a par with others. They lack unemployment compensation, benefits, or even provision for sickness.

The Psalmist describes with brutal realism the attitude of the rich who rob the poor: “They lie in wait that they may seize the poor… and drag them off in their net” (cf. Ps 10:9). As in a hunt, the poor are trapped, captured and enslaved. As a result, many of them become disheartened, hardened and anxious only to drop out of sight. In a word, we see before us a multitude of poor people often maligned and barely tolerated. They become for all effects invisible and their voice is no longer heard or heeded in society. Men and women who are increasingly strangers amid our houses and outcasts in our neighborhoods.

3. The setting of the Psalm is tinged with sadness at the injustice, the suffering and the disappointment endured by the poor. At the same time, it offers a touching definition of the poor: they are those who “put their trust in the Lord” (cf. v. 10), in the certainty that they will never be forsaken. In the Scriptures, the poor are those who trust! The Psalmist also gives the reason for this trust: they “know” the Lord (cf. ibid.). In the language of the Bible, such “knowledge” involves a personal relationship of affection and love.

Impressive and completely unexpected as this description is, it simply expresses the grandeur of God, as shown in the way he relates to the poor. His creative power surpasses all human expectations and is shown in his being “mindful” of each individual (cf. v. 13). It is precisely this confidence in the Lord, this certainty of not being forsaken, that inculcates hope. The poor know that God cannot abandon them; hence, they live always in the presence of the God who is mindful of them. God’s help extends beyond their present state of suffering in order to point out a path of liberation that profoundly strengthens and transforms the heart.

4. Scripture constantly speaks of God acting on behalf of the poor. He is the one who “hears” their cry” and “comes to their aid”; he “protects” and “defends” them; he “rescues” and “saves” them… Indeed, the poor will never find God indifferent or silent in the face of their plea. God is the one who renders justice and does not forget (cf. Ps 40:18; 70:6); he is their refuge and he never fails to come to their assistance (cf. Ps 10:14).

We can build any number of walls and close our doors in the vain effort to feel secure in our wealth, at the expense of those left outside. It will not be that way for ever. The “day of the Lord”, as described by the prophets (cf. Am 5:18; Is 2-5; Jl 1-3), will destroy the barriers created between nations and replace the arrogance of the few with the solidarity of many. The marginalization painfully experienced by millions of persons cannot go on for long. Their cry is growing louder and embraces the entire earth. In the words of Father Primo Mazzolari: “the poor are a constant protest against our injustices; the poor are a powder keg. If it is set on fire, the world will explode”.

5. We can never elude the urgent appeal that Scripture makes on behalf of the poor. Wherever we look, the word of God points to the poor, those who lack the necessities of life because they depend on others. They are the oppressed, the lowly and the downcast. Yet, faced with countless throngs of the poor, Jesus was not afraid to identify with each of them: “Whatever you did to one of the least of these my brethren, you did to me” ( Mt 25:40). If we refuse to make this identification, we falsify the Gospel and water down God’s revelation. The God that Jesus came to reveal is a Father who is generous, merciful, unfailing in his goodness and grace. He gives hope especially to those who are disillusioned and lacking in hope for the future.

How can we fail to note that the Beatitudes with which Jesus began his preaching of the kingdom of God open with the words: “Blessed are you who are poor” ( Lk 6:20)? The meaning of this paradoxical message is that the kingdom of God belongs to the poor because they are in a position to receive it. How many poor people do we encounter each day! It seems that the passage of time and the advances of civilization increase their numbers rather than diminishing them. Centuries go by and the Beatitude appears even more paradoxical: the poor are always poorer, and today they are poorer than ever. Yet Jesus who inaugurated his kingdom by placing the poor at the centre, wanted to tell us precisely this: he inaugurated the kingdom, but he has entrusted to us, his disciples, the task of carrying it forward with responsibility for giving hope to the poor. Especially at times like our own, there is a need to revive hope and to restore confidence. This responsibility is not something that the Christian community may underestimate. The credibility of our proclamation and the witness of Christians depends on it.

6. In closeness to the poor, the Church comes to realize that she is one people, spread throughout many nations and called to ensure that no one feels a stranger or outcast, for she includes everyone in a shared journey of salvation. The situation of the poor obliges us not to keep our distance from the body of the Lord, who suffers in them. Instead, we are called to touch his flesh and to be personally committed in offering a service that is an authentic form of evangelization. Commitment to the promotion of the poor, including their social promotion, is not foreign to the proclamation of the Gospel. On the contrary, it manifests the realism of Christian faith and its historical validity. The love that gives life to faith in Jesus makes it impossible for his disciples to remain enclosed in a stifling individualism or withdrawn into small circles of spiritual intimacy, with no influence on social life (cf. Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium , 183).

Recently, we were saddened by the death of a great apostle of the poor, Jean Vanier, whose dedication opened up new ways of showing solidarity with the marginalized and working for their advancement. God gave Jean Vanier the gift of devoting his entire life to our brothers and sisters with grave disabilities, people whom society often tends to exclude. He was one of those saints “next door”; thanks to his enthusiasm, he gathered around himself great numbers of young people, men and women, who worked daily to give love and restore a smile to many vulnerable persons, offering them a true “ark” of salvation from marginalization and solitude. His witness changed the life of countless persons and helped the world to look differently at those less fortunate than ourselves. The cry of the poor was heard and produced an unwavering hope, creating visible and tangible signs of a concrete love that even today we can touch with our hands.

7. “The option for those who are least, those whom society discards” ( Evangelii Gaudium , 195) is a priority that Christ’s followers are called to pursue, so as not to impugn the Church’s credibility but to give real hope to many of our vulnerable brothers and sisters. Christian charity finds concrete expression in them, for by their compassion and their willingness to share the love of Christ with those in need, they are themselves strengthened and confirm the preaching of the Gospel.

The involvement of Christians in this World Day of the Poor and especially in the events of everyday life, goes beyond initiatives of assistance. Praiseworthy and necessary as the latter may be, they should have the goal of encouraging in everyone a greater concern for individuals in any kind of distress. “Loving attentiveness is the beginning of true concern” ( Evangelii Gaudium , 199) for the poor and the promotion of their genuine welfare. It is not easy to be witnesses of Christian hope in the context of a consumerist culture, a culture of waste concerned only for the spread of a shallow and ephemeral wellbeing. A change of mentality is needed, in order to rediscover what is essential and to give substance and verve to the preaching of the kingdom of God.

Hope is also communicated by the sense of fulfilment born of accompanying the poor not for a brief moment of enthusiasm, but through a constant commitment over time. The poor acquire genuine hope, not from seeing us gratified by giving them a few moments of our time, but from recognizing in our sacrifice an act of gratuitous love that seeks no reward.

8. I ask the many volunteers, who merit recognition for being the first to see the importance of such concern for the poor, to persevere in their dedicated service. Dear brothers and sisters, I encourage you to seek, in every poor person whom you encounter, his or her true needs, not to stop at their most obvious material needs, but to discover their inner goodness, paying heed to their background and their way of expressing themselves, and in this way to initiate a true fraternal dialogue. Let us set aside the divisions born of ideological and political positions, and instead fix our gaze on what is essential, on what does not call for a flood of words, but a gaze of love and an outstretched hand. Never forget that “the worst discrimination which the poor suffer is the lack of spiritual care” ( Evangelii Gaudium , 200).

Before all else, the poor need God and his love, made visible by “the saints next door”, people who by the simplicity of their lives express clearly the power of Christian love. God uses any number of ways and countless means to reach people’s hearts. Certainly, the poor come to us also because we give them food, but what they really need is more than our offer of a warm meal or a sandwich. The poor need our hands, to be lifted up; our hearts, to feel anew the warmth of affection; our presence, to overcome loneliness. In a word, they need love.

9. At times, very little is needed to restore hope. It is enough to stop for a moment, smile and listen. For once, let us set statistics aside: the poor are not statistics to cite when boasting of our works and projects. The poor are persons to be encountered; they are lonely, young and old, to be invited to our homes to share a meal; men women and children who look for a friendly word. The poor save us because they enable us to encounter the face of Jesus Christ.

In the eyes of the world, it seems illogical to think that poverty and need can possess saving power. Yet that is the teaching of the Apostle, who tells us: “Not many of you were wise by human standards, not many were powerful, not many were of noble birth. But God chose what is foolish in the world to shame the wise; God chose what is weak in the world to shame the strong; God chose what is low and despised in the world, things that are not, to reduce to nothing things that are, so that no one might boast in the presence of God” ( 1 Cor 1:26-29). Looking at things from a human standpoint, we fail to see this saving power, but with the eyes of faith, we see it at work and experience it personally. In the heart of the pilgrim People of God there beats that saving power which excludes no one and involves everyone in a real journey pilgrimage of conversion, to recognize the poor and to love them.

10. The Lord does not abandon those who seek him and call upon his name: “He does not forget the cry of the poor” ( Ps 9:12), for his ears are attentive to their voice. The hope of the poor defies deadly situations, for the poor know that they are especially loved by God, and this is stronger than any suffering or exclusion. Poverty does not deprive them of their God-given dignity; they live in the certainty that it will be fully restored to them by God himself, who is not indifferent to the lot of his lowliest sons and daughters. On the contrary, he sees their struggles and sorrows, he takes them by the hand, and he gives them strength and courage (cf. Ps 10:14). The hope of the poor is confirmed in the certainty that their voice is heard by the Lord, that in him they will find true justice, that their hearts will be strengthened and continue to love (cf. Ps 10:17).

If the disciples of the Lord Jesus wish to be genuine evangelizers, they must sow tangible seeds of hope. I ask all Christian communities, and all those who feel impelled to offer hope and consolation to the poor, to help ensure that this World Day of the Poor will encourage more and more people to cooperate effectively so that no one will feel deprived of closeness and solidarity. May you always treasure the words of the prophet who proclaims a different future: “For you who revere my name, the sun of righteousness shall rise, with healing in its wings” ( Mal 3:20 [4:2]).

From the Vatican, 13 June 2019
Memorial of Saint Anthony of Padua

FRANCIS

[01040-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Der Elenden Hoffnung ist nicht für immer verloren

1. »Der Elenden Hoffnung ist nicht für immer verloren« ( Ps 9,19). Diese Psalmworte sind unglaublich aktuell. Sie drücken eine tiefe Wahrheit aus, die der Glaube vor allem den Herzen der Ärmsten einzuprägen vermag, weil sie die Hoffnung wieder zurückgibt, die angesichts von Ungerechtigkeit, Leid und der Unsicherheit des Lebens verloren ging.

Der Psalmist beschreibt den Zustand der Armen und die Arroganz derer, die sie unterdrücken (vgl. V. 22-31). Er ruft Gottes Gericht an, auf dass die Gerechtigkeit wiederhergestellt und die Ungerechtigkeit überwunden wird (vgl. V. 35-36). Es scheint, dass in seinen Worten die Frage wiederkehrt, die sich über die Jahrhunderte bis heute stellt: Wie kann Gott diese Ungleichheit zulassen? Wie kann er zulassen, dass die Armen gedemütigt werden, ohne dass er einschreitet, um ihnen zu helfen? Warum erlaubt er denen, die andere unterdrücken, ein glückliches Leben zu führen, während ihr Verhalten gerade angesichts des Leidens der Armen eigentlich verurteilt werden müsste?

Zum Zeitpunkt der Entstehung dieses Psalms befand sich Israel in einer großen wirtschaftlichen Entwicklung, die, wie so oft, auch zu starken sozialen Ungleichgewichten führte. Die Ungleichheit führte zu einer großen Gruppe Notleidender, deren Zustand im Kontrast zum Reichtum der wenigen Privilegierten noch dramatischer erschien. Der heilige Autor, der diese Situation beobachtet, zeichnet ein ebenso realistisches wie glaubhaftes Bild.

Es war eine Zeit, in der arrogante, gottlose Menschen es auf die Armen abgesehen hatten, um sich auch noch das Wenige, das sie hatten, anzueignen und sie zu versklaven. Heute ist es nicht viel anders. Die Wirtschaftskrise hat viele Personengruppen nicht daran gehindert, sich zu bereichern, was umso anomaler erscheint, je mehr wir auf den Straßen unserer Städte der großen Zahl armer Menschen gewahr werden, denen es am Lebensnotwendigen mangelt und die immer wieder schikaniert und ausgebeutet werden. Es kommen einem die Worte der Apokalypse in den Sinn: »Du behauptest: Ich bin reich und wohlhabend und nichts fehlt mir. Du weißt aber nicht, dass gerade du elend und erbärmlich bist, arm, blind und nackt« ( Offb 3,17). Die Jahrhunderte vergehen, aber der Zustand von Reich und Arm bleibt unverändert, als ob die Erfahrung der Geschichte nichts gelehrt hätte. Die Worte des Psalms betreffen also nicht die Vergangenheit, sondern unseren gegenwärtigen Platz vor dem Gericht Gottes.

2. Auch heute sind viele Formen neuer Sklaverei zu nennen, denen Millionen von Männern, Frauen, Jugendlichen und Kindern ausgesetzt sind.

Täglich begegnen wir Familien , die gezwungen sind, ihr Land zu verlassen, um anderswo ihren Lebensunterhalt zu bestreiten; Waisenkindern , die ihre Eltern verloren haben oder zum Zweck brutaler Ausbeutung gewaltsam von ihnen getrennt wurden; jungen Menschen auf der Suche nach beruflicher Erfüllung, denen aufgrund kurzsichtiger Wirtschaftspolitik der Zugang zum Arbeitsmarkt verwehrt wird; Opfer vieler Arten von Verletzungen, von der Prostitution bis zur Drogenabhängigkeit, die im Innersten gedemütigt werden. Wie können wir außerdem die Millionen von Migranten vergessen, die Opfer so vieler verborgener Interessen sind, die oft für politische Zwecke instrumentalisiert werden und denen Solidarität und Gleichbehandlung verweigert werden? Und ebenso die vielen Obdachlosen und Außenseiter , die durch die Straßen unserer Städte ziehen?

Wie oft sehen wir die Armen auf den Müllhalden die „Früchte“ der Wegwerfkultur und des Überflusses zusammensammeln, um etwas Nahrhaftes oder etwas zum Anziehen zu finden! Nachdem sie selbst Teil einer menschlichen Mülldeponie geworden sind, werden sie als Abfall behandelt, ohne dass die Mittäter dieses Skandals dabei irgendein Schuldgefühl empfinden. Den Armen, die oft als Parasiten der Gesellschaft angesehen werden, wird nicht einmal ihre Armut verziehen. Die Verurteilung folgt ihnen auf dem Fuß. Es ist ihnen nicht gestattet, schüchtern oder niedergeschlagen zu sein, sie werden als bedrohlich oder unfähig wahrgenommen, nur weil sie arm sind.

Es ist ein Drama innerhalb des Dramas, dass es ihnen versagt ist, das Ende des Tunnels ihres Elends zu sehen. Es ist sogar so weit gekommen, dass man eine feindliche Architektur ersonnen und umgesetzt hat, um sie so auch von der Straße, ihrem letzten Zufluchtsort, zu verbannen. Sie wandern von einem Teil der Stadt zum anderen in der Hoffnung auf einen Arbeitsplatz, eine Unterkunft oder Zuneigung… Jede vage Chance wird zu einem Lichtschimmer, aber selbst dort, wo es zumindest gerecht zugehen sollte, vergeht man sich an ihnen mit übergriffiger Gewalt. Sie werden gezwungen, endlose Stunden unter der sengenden Sonne als Saisonarbeiter zu arbeiten, aber sie werden mit einem lächerlichen Lohn abgespeist; sie haben keine Arbeitssicherheit oder humane Bedingungen, die es ihnen erlauben, sich den anderen ebenbürtig zu fühlen. Es gibt für sie keine Kurzarbeitergeldkasse, keine Zulagen und keine Möglichkeit, krank zu werden.

Mit einem harten Realismus beschreibt der Psalmist die Haltung der Reichen, die den Armen ausplündern: »Sie lauern darauf, den Elenden zu fangen … und ziehen ihn in ihr Netz« (vgl. Ps 10,9). Es ist, als handelte es sich für sie um eine Treibjagd, wo die Armen gejagt, gefangen und versklavt werden. In einer solchen Lage verschließen sich die Herzen vieler, und es überkommt sie der Wunsch, unsichtbar zu werden. Kurz gesagt, wir sehen, eine große Zahl armer Menschen, die oft mit Phrasen abgespeist und nur widerwillig unterstützt werden. Sie werden fast unsichtbar und ihre Stimme hat kaum mehr Kraft und kein Gewicht in der Gesellschaft. Diese Männer und Frauen wirken zwischen unseren Häusern wie Fremdkörper und sind in unseren Wohngegenden zu Randerscheinungen geworden.

3. Der Kontext, den der Psalm beschreibt, hat eine traurige Färbung, aufgrund der Ungerechtigkeit, des Leids und der Bitterkeit, denen die Armen ausgesetzt sind. Dennoch beschreibt der Psalm den Armen auf eine schöne Art und zwar als den, der „auf den Herrn vertraut“ (vgl. Ps 9,11), weil er sich sicher ist, dass er nie verlassen wird. Der Arme ist für die Heilige Schrift ein Mensch, der Vertrauen hat! Der heilige Autor nennt auch den Grund für dieses Vertrauen: Er „kennt seinen Herrn“ (vgl. ebd .), und in der Sprache der Bibel bezeichnet dieses „erkennen“ eine persönliche Beziehung in Zuneigung und Liebe.

Wir stehen vor einer wirklich beeindruckenden Beschreibung, die wir so nie erwarten würden. Und doch ist sie lediglich ein Ausdruck der Größe Gottes gegenüber einem armen Menschen. Seine schöpferische Kraft übertrifft alle menschlichen Erwartungen und wird in der „Erinnerung“, die er von dieser konkreten Person hat, konkret (vgl. V. 13). Gerade dieses Vertrauen in den Herrn, diese Gewissheit, nicht im Stich gelassen zu werden, verweist auf die Hoffnung. Der Arme weiß, dass Gott ihn nicht im Stich lassen kann; deshalb lebt er immer in der Gegenwart jenes Gottes, der sich seiner erinnert. Seine Hilfe reicht über den gegenwärtigen Zustand des Leidens hinaus, um einen Weg der Befreiung zu skizzieren, der das Herz verwandelt, weil er ihm im Innersten Halt gibt.

4. Die Beschreibung von Gottes Handeln zugunsten der Armen kehrt in der Heiligen Schrift ständig wieder. Er ist der, der „zuhört“, „eingreift“, „schützt“, „verteidigt“, „loskauft“, „rettet“… Kurz gesagt, ein armer Mensch wird nicht erleben, dass Gott seinem Gebet gegenüber gleichgültig oder stumm bleibt. Gott ist derjenige, der Gerechtigkeit übt und nicht vergisst (vgl. Ps 40,18; 70,6); nein, er ist dem Armen eine Zuflucht und er säumt nicht, ihm zur Hilfe zu kommen (vgl. Ps 10,14).

Man kann viele Mauern bauen und die Eingänge verbarrikadieren, um sich auf trügerische Weise im eigenen Reichtum sicher zu fühlen, zum Nachteil derer, die man außen vorlässt. Das wird nicht für immer so sein. Der „Tag des Herrn“ wird, nach der Beschreibung der Propheten (vgl. Am 5,18; Jes 2-5; Gl 1-3), die zwischen den Ländern errichteten Barrieren zerstören und die Arroganz der Wenigen durch die Solidarität vieler ersetzen. Der Zustand der Ausgrenzung, in dem Millionen von Menschen schikaniert werden, kann nicht mehr lange anhalten. Ihr Schrei wird lauter und umfasst die ganze Erde. Wie Don Primo Mazzolari schrieb: »Die Armen sind ein anhaltender Protest gegen unsere Ungerechtigkeiten, die Armen sind ein Pulverfass. Wenn du es in Brand setzt, fliegt die Welt in die Luft«.

5. Es ist nie möglich, der drängenden Mahnung auszuweichen, die die Heilige Schrift den Armen anvertraut. Wohin man auch schaut, das Wort Gottes weist darauf hin, dass die Armen diejenigen sind, denen das Lebensnotwendige fehlt, weil sie von anderen abhängig sind. Sie sind die Unterdrückten, die Demütigen, diejenigen, die am Boden sind. Doch angesichts dieser unzählbaren Menge armer Menschen hatte Jesus keine Angst, sich mit einem jedem von ihnen zu identifizieren: »Was ihr für einen meiner geringsten Brüder getan habt, das habt ihr mir getan« ( Mt 25,40). Dieser Identifikation auszuweichen bedeutet, das Evangelium zu mystifizieren und die Offenbarung zu verwässern. Der Gott, den Jesus offenbaren wollte, ist ein großzügiger Vater, barmherzig, unerschöpflich in seiner Güte und Gnade, der vor allem denen Hoffnung gibt, die enttäuscht und ohne Zukunft sind.

Wie könnten wir nicht darauf hinweisen, dass die Seligpreisungen, mit denen Jesus die Verkündigung des Reiches Gottes einleitete, mit folgendem Ausruf eröffnet werden: »Selig, ihr Armen« ( Lk 6,20)? Der Sinn dieser paradoxen Ankündigung ist, dass das Reich Gottes gerade den Armen gehört, weil sie in der Lage sind, es zu empfangen. Wie viele arme Menschen treffen wir jeden Tag! Es scheint manchmal, dass der Lauf der Zeit und die Errungenschaften der Zivilisationen ihre Zahl erhöhen, anstatt sie zu verringern. Jahrhunderte vergehen, und diese Seligpreisung aus dem Evangelium erscheint immer paradoxer; die Armen sind immer ärmer, und das gilt heute noch verstärkt. Doch Jesus, der begonnen hat sein Königreich zu errichten, und der dabei die Armen in den Mittelpunkt gestellt hat, möchte uns genau das sagen: Er hat es begonnen , uns, seinen Jüngern, aber die Aufgabe anvertraut, es weiterzuführen mit der Verantwortung, den Armen Hoffnung zu geben. Es ist notwendig, gerade in einer Zeit wie der unseren, die Hoffnung wiederzubeleben und das Vertrauen wiederherzustellen. Es ist ein Programm, das die christliche Gemeinschaft nicht unterschätzen darf. Die Glaubwürdigkeit unserer Verkündigung und des christlichen Zeugnisses hängt davon ab.

6. In ihrer Nähe zu den Armen entdeckt die Kirche, dass sie ein Volk ist, das, über viele Nationen verstreut, die Berufung hat, niemandem das Gefühl zu geben, fremd oder ausgeschlossen zu sein, weil sie auf einem gemeinsamen Weg des Heils alle miteinbezieht. Die Situation der Armen verpflichtet dazu, keinerlei Distanz zum Leib des Herrn aufkommen zu lassen, der in ihnen leidet. Vielmehr sind wir aufgerufen, sein Fleisch zu berühren, um uns in der ersten Person in einem Dienst zu engagieren, der authentische Evangelisierung ist. Die auch soziale Förderung der Armen ist keine Verpflichtung außerhalb der Verkündigung des Evangeliums; im Gegenteil, sie zeigt den Realismus des christlichen Glaubens und seine historische Gültigkeit. Die Liebe, die den Glauben an Jesus mit Leben erfüllt, verbietet es seinen Jüngern, sich in einen erstickenden Individualismus einzuschließen, der sich einzelnen Bereichen spiritueller Innigkeit versteckt und keinerlei Einfluss auf das Sozialleben hat (vgl. Apostolisches Schreiben Evangelii Gaudium , 183).

Vor kurzem haben wir den Tod eines großen Apostels der Armen betrauert. Jean Vanier erschloss mit seinem Engagement neue Wege eines förderlichen Zusammenlebens mit ausgegrenzten Menschen. Gott hatte ihm die Gabe verliehen, sein ganzes Leben seinen Brüdern und Schwestern mit schweren Behinderungen zu widmen, die von der Gesellschaft oft ausgeschlossen werden. Er war ein „Heiliger von nebenan“. Mit seiner Begeisterung konnte er viele junge Menschen, Männer und Frauen um sich versammeln, die in ihrem täglichem Bemühen Liebe geschenkt und vielen schwachen und zerbrechlichen Menschen das Lächeln zurückgegeben haben, indem sie ihnen eine wahre „Arche“ des Heils gegen Ausgrenzung und Einsamkeit boten. Dieses sein Zeugnis hat das Leben vieler Menschen verändert und der Welt geholfen, die schwächsten und zerbrechlichsten Menschen mit anderen Augen zu sehen. Der Schrei der Armen wurde gehört und ließ eine unerschütterliche Hoffnung entstehen, indem er sichtbare und greifbare Zeichen einer konkreten Liebe hervorbrachte, die wir auch heute noch mit Händen greifen können.

7. »Die Option für die Letzen, für die, welche die Gesellschaft aussondert und wegwirft« ( ebd. , 195) ist eine Grundentscheidung, zu der die Jünger Christi gerufen sind, um die Glaubwürdigkeit der Kirche nicht zu verraten und so vielen wehrlosen Menschen wirksame Hoffnung zu geben. In ihnen findet die christliche Nächstenliebe ihre Bestätigung, denn diejenigen, die mit der Liebe Christi am Leiden anderer Anteil nehmen, erhalten Kraft und verleihen der Verkündigung des Evangeliums Nachdruck.

Das Engagement der Christen anlässlich dieses Welttages und vor allem im täglichen Leben besteht nicht nur aus Hilfsaktionen. Auch wenn diese lobenswert und notwendig sind, müssen sie darauf abzielen, in jedem Einzelnen die volle Aufmerksamkeit zu erhöhen, die jedem Menschen gebührt, der sich in Not befindet. »Diese liebevolle Zuwendung ist der Anfang einer wahren Sorge« ( ebd. , 199) für die Armen, wenn man herausfinden möchte, was ihnen wirklich zum Guten gereicht. Es ist nicht einfach, Zeugen der christlichen Hoffnung zu sein in einem Umfeld konsumorientierter Wegwerfmentalität, die immer darauf bedacht ist, ein oberflächliches und flüchtiges Wohlbefinden zu steigern. Ein Mentalitätswechsel ist notwendig, um das Wesentliche wieder zu entdecken und der Verkündigung des Reiches Gottes Konkretheit und Wirksamkeit zu verleihen.

Hoffnung wird auch durch den Trost vermittelt, der sich dann verwirklicht, wenn man die Armen nicht nur einen Moment voller Begeisterung begleitet, sondern sich längerfristig für sie einsetzt. Wahre Hoffnung wird den Armen nicht zuteil, wenn sie sehen, dass wir dafür belohnt werden, dass wir ihnen etwas von unserer Zeit gegeben haben, sondern wenn sie in unserem Opfer einen Akt der unentgeltlichen Liebe erkennen, die keinen Lohn erwartet.

8. Ich bitte die vielen Freiwilligen, deren Verdienst es oft ist, als erste die Bedeutung dieser Aufmerksamkeit für die Armen zu verstehen, in ihrem Engagement weiter zu wachsen. Liebe Brüder und Schwestern, ich bitte euch dringend, bei jedem armen Menschen, dem ihr begegnet, das zu suchen, was er wirklich braucht; nicht bei der ersten materiellen Notwendigkeit stehen zu bleiben, sondern die Güte zu entdecken, die in ihren Herzen verborgen ist, indem ihr auf ihre Kultur und ihre Art sich auszudrücken achtet, um einen echten brüderlichen Dialog beginnen zu können. Lasst uns die „Schubladen“ ausblenden, die von ideologischen oder politischen Sichtweisen herrühren, und lasst uns den Blick auf das Wesentliche richten, das nicht vieler Worte bedarf, sondern eines liebenden Blicks und einer ausgestreckten Hand. Vergesst nie, dass »die schlimmste Diskriminierung, unter der die Armen leiden, der Mangel an geistlicher Zuwendung ist« ( ebd. , 200).

Die Armen brauchen in erster Linie Gott, seine Liebe, die durch heilige Menschen sichtbar gemacht wird, die an ihrer Seite leben, die in der Einfachheit ihres Lebens die Kraft der christlichen Liebe zum Ausdruck und zum Vorschein bringen. Gott nutzt viele Wege und unzählige Werkzeuge, um die Herzen der Menschen zu erreichen. Natürlich kommen die Armen auch deshalb zu uns, weil wir Essen an sie verteilen, aber was sie wirklich brauchen, geht über die warme Mahlzeit oder das Sandwich hinaus, das wir ihnen anbieten. Die Armen brauchen unsere Hände, damit sie aufgerichtet werden, unsere Herzen, damit sie von neuem die Wärme der Zuneigung spüren, und unsere Gegenwart, um die Einsamkeit zu überwinden. Sie brauchen Liebe, ganz einfach.

9. Manchmal reicht schon wenig, um die Hoffnung zurückzugeben: Es reicht, stehenzubleiben, zu lächeln, zuzuhören. Lassen wir für einen Tag die Statistiken beiseite; die Armen sind keine Zahlen, auf die man sich beruft, um sich seiner Werke und Projekte zu rühmen. Die Armen sind Menschen, denen man entgegengeht: Sie sind junge und alte Menschen, die allein sind, und die man nach Hause einlädt, um gemeinsam mit ihnen zu essen; Männer, Frauen und Kinder, die auf ein freundliches Wort warten. Die Armen retten uns, weil sie uns ermöglichen, dem Antlitz Jesu Christi zu begegnen.

In den Augen der Welt erscheint es unvernünftig zu denken, dass Armut und Not eine heilbringende Kraft haben können; dennoch stimmt, was der Apostel lehrt, wenn er sagt: »Da sind nicht viele Weise im irdischen Sinn, nicht viele Mächtige, nicht viele Vornehme, sondern das Törichte in der Welt hat Gott erwählt, um die Weisen zuschanden zu machen, und das Schwache in der Welt hat Gott erwählt, um das Starke zuschanden zu machen. Und das Niedrige in der Welt und das Verachtete hat Gott erwählt: das, was nichts ist, um das, was etwas ist, zu vernichten, damit kein Mensch sich rühmen kann vor Gott« ( 1 Kor 1,26-29). Mit menschlichen Augen kann man diese rettende Kraft nicht sehen, mit den Augen des Glaubens hingegen sieht man sie am Werk und erlebt sie persönlich. Im Herzen des Volkes Gottes, das unterwegs ist, pulsiert diese heilbringende Kraft, die niemanden ausschließt und alle in einen wirklichen Pilgerweg der Bekehrung einbezieht, um die Armen anzuerkennen und sie zu lieben.

10. Der Herr lässt diejenigen, die ihn suchen und anrufen, nicht im Stich; »er hat den Notschrei der Elenden nicht vergessen« ( Ps 9,13), weil seine Ohren auf ihre Stimmen achten. Die Hoffnung des Armen stellt die verschiedenen Situationen des Todes in Frage, denn er weiß, dass er von Gott besonders geliebt ist, und so überwindet er die Leiden und die Ausgrenzung. Seine Armut nimmt ihm nicht die Würde, die er vom Schöpfer erhalten hat; er lebt in der Gewissheit, dass sie ihm von Gott selbst vollständig zurückgegeben wird, denn Gott steht dem Schicksal seiner schwächsten Kinder nicht gleichgültig gegenüber, im Gegenteil, er sieht ihren Kummer und ihre Schmerzen, nimmt sie in seine Hände und gibt ihnen Kraft und Mut (vgl. Ps 10,14). Die Hoffnung des Armen wird stark durch die Gewissheit, vom Herrn angenommen zu sein, in ihm wahre Gerechtigkeit zu finden, im Herzen gestärkt zu werden, um weiter zu lieben (vgl. Ps 10,17).

Damit die Jünger des Herrn glaubwürdige Verkünder des Evangeliums sein können, ist es notwendig, dass sie konkrete Zeichen der Hoffnung aussäen. Ich bitte alle christlichen Gemeinschaften und alle, die das Bedürfnis verspüren, den Armen Hoffnung und Trost zu bringen, sich dafür einzusetzen, dass dieser Welttag in vielen den Wunsch nach einer tätigen Mithilfe stärke, damit es niemand an Nähe und Solidarität fehlt. Dabei möge uns das Wort des Propheten begleiten, der eine andere Zukunft ankündigt: »Für euch aber, die ihr meinen Namen fürchtet, wird die Sonne der Gerechtigkeit aufgehen und ihre Flügel bringen Heilung« ( Mal 3,20).

Aus dem Vatikan, am 13. Juni 2019,
dem Gedenktag des heiligen Antonius von Padua

FRANZISKUS

[01040-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

La esperanza de los pobres nunca se frustrará

1. «La esperanza de los pobres nunca se frustrará» ( Sal 9,19). Las palabras del salmo se presentan con una actualidad increíble. Ellas expresan una verdad profunda que la fe logra imprimir sobre todo en el corazón de los más pobres: devolver la esperanza perdida a causa de la injusticia, el sufrimiento y la precariedad de la vida.

El salmista describe la condición del pobre y la arrogancia del que lo oprime (cf. vv. 22-31); invoca el juicio de Dios para que se restablezca la justicia y se supere la iniquidad (cf. vv. 35-36). Es como si en sus palabras volviese de nuevo la pregunta que se ha repetido a lo largo de los siglos hasta nuestros días: ¿cómo puede Dios tolerar esta disparidad? ¿Cómo puede permitir que el pobre sea humillado, sin intervenir para ayudarlo? ¿Por qué permite que quien oprime tenga una vida feliz mientras su comportamiento debería ser condenado precisamente ante el sufrimiento del pobre?

Este salmo se compuso en un momento de gran desarrollo económico que, como suele suceder, también produjo fuertes desequilibrios sociales. La inequidad generó un numeroso grupo de indigentes, cuya condición parecía aún más dramática cuando se comparaba con la riqueza alcanzada por unos pocos privilegiados. El autor sagrado, observando esta situación, dibuja un cuadro lleno de realismo y verdad.

Era una época en la que la gente arrogante y sin ningún sentido de Dios perseguía a los pobres para apoderarse incluso de lo poco que tenían y reducirlos a la esclavitud. Hoy no es muy diferente. La crisis económica no ha impedido a muchos grupos de personas un enriquecimiento que con frecuencia aparece aún más anómalo si vemos en las calles de nuestras ciudades el ingente número de pobres que carecen de lo necesario y que en ocasiones son además maltratados y explotados. Vuelven a la mente las palabras del Apocalipsis: «Tú dices: “soy rico, me he enriquecido; y no tengo necesidad de nada”; y no sabes que tú eres desgraciado, digno de lástima, ciego y desnudo» ( Ap 3,17). Pasan los siglos, pero la condición de ricos y pobres se mantiene inalterada, como si la experiencia de la historia no nos hubiera enseñado nada. Las palabras del salmo, por lo tanto, no se refieren al pasado, sino a nuestro presente, expuesto al juicio de Dios.

2. También hoy debemos nombrar las numerosas formas de nuevas esclavitudes a las que están sometidos millones de hombres, mujeres, jóvenes y niños.

Todos los días nos encontramos con familias que se ven obligadas a abandonar su tierra para buscar formas de subsistencia en otros lugares; huérfanos que han perdido a sus padres o que han sido separados violentamente de ellos a causa de una brutal explotación; jóvenes en busca de una realización profesional a los que se les impide el acceso al trabajo a causa de políticas económicas miopes; víctimas de tantas formas de violencia, desde la prostitución hasta las drogas, y humilladas en lo más profundo de su ser. ¿Cómo olvidar, además, a los millones de inmigrantes víctimas de tantos intereses ocultos, tan a menudo instrumentalizados con fines políticos, a los que se les niega la solidaridad y la igualdad? ¿Y qué decir de las numerosas personas marginadas y sin hogar que deambulan por las calles de nuestras ciudades?

Con frecuencia vemos a los pobres en los vertederos recogiendo el producto del descarte y de lo superfluo, para encontrar algo que comer o con qué vestirse. Convertidos ellos mismos en parte de un vertedero humano son tratados como desperdicios, sin que exista ningún sentimiento de culpa por parte de aquellos que son cómplices en este escándalo. Considerados generalmente como parásitos de la sociedad, a los pobres no se les perdona ni siquiera su pobreza. Se está siempre alerta para juzgarlos. No pueden permitirse ser tímidos o desanimarse; son vistos como una amenaza o gente incapaz, sólo porque son pobres.

Para aumentar el drama, no se les permite ver el final del túnel de la miseria. Se ha llegado hasta el punto de teorizar y realizar una arquitectura hostil para deshacerse de su presencia, incluso en las calles, últimos lugares de acogida. Deambulan de una parte a otra de la ciudad, esperando conseguir un trabajo, una casa, un poco de afecto… Cualquier posibilidad que se les ofrezca se convierte en un rayo de luz; sin embargo, incluso donde debería existir al menos la justicia, a menudo se comprueba el ensañamiento en su contra mediante la violencia de la arbitrariedad. Se ven obligados a trabajar horas interminables bajo el sol abrasador para cosechar los frutos de la estación, pero se les recompensa con una paga irrisoria; no tienen seguridad en el trabajo ni condiciones humanas que les permitan sentirse iguales a los demás. Para ellos no existe el subsidio de desempleo, indemnizaciones, ni siquiera la posibilidad de enfermarse.

El salmista describe con crudo realismo la actitud de los ricos que despojan a los pobres: «Están al acecho del pobre para robarle, arrastrándolo a sus redes» (cf. Sal 10,9). Es como si para ellos se tratara de una jornada de caza, en la que los pobres son acorralados, capturados y hechos esclavos. En una condición como esta, el corazón de muchos se cierra y se afianza el deseo de volverse invisibles. Así, vemos a menudo a una multitud de pobres tratados con retórica y soportados con fastidio. Ellos se vuelven como transparentes y sus voces ya no tienen fuerza ni consistencia en la sociedad. Hombres y mujeres cada vez más extraños entre nuestras casas y marginados en nuestros barrios.

3. El contexto que el salmo describe se tiñe de tristeza por la injusticia, el sufrimiento y la amargura que afecta a los pobres. A pesar de ello, se ofrece una hermosa definición del pobre. Él es aquel que «confía en el Señor» (cf. v. 11), porque tiene la certeza de que nunca será abandonado. El pobre, en la Escritura, es el hombre de la confianza. El autor sagrado brinda también el motivo de esta confianza: él “conoce a su Señor” (cf. ibíd .), y en el lenguaje bíblico este “conocer” indica una relación personal de afecto y amor.

Estamos ante una descripción realmente impresionante que nunca nos hubiéramos imaginado. Sin embargo, esto no hace sino manifestar la grandeza de Dios cuando se encuentra con un pobre. Su fuerza creadora supera toda expectativa humana y se hace realidad en el “recuerdo” que él tiene de esa persona concreta (cf. v. 13). Es precisamente esta confianza en el Señor, esta certeza de no ser abandonado, la que invita a la esperanza. El pobre sabe que Dios no puede abandonarlo; por eso vive siempre en la presencia de ese Dios que lo recuerda. Su ayuda va más allá de la condición actual de sufrimiento para trazar un camino de liberación que transforma el corazón, porque lo sostiene en lo más profundo.

4. La descripción de la acción de Dios en favor de los pobres es un estribillo permanente en la Sagrada Escritura. Él es aquel que “escucha”, “interviene”, “protege”, “defiende”, “redime”, “salva”… En definitiva, el pobre nunca encontrará a Dios indiferente o silencioso ante su oración. Dios es aquel que hace justicia y no olvida (cf. Sal 40,18; 70,6); de hecho, es para él un refugio y no deja de acudir en su ayuda (cf. Sal 10,14).

Se pueden alzar muchos muros y bloquear las puertas de entrada con la ilusión de sentirse seguros con las propias riquezas en detrimento de los que se quedan afuera. No será así para siempre. El “día del Señor”, tal como es descrito por los profetas (cf. Am 5,18; Is 2-5; Jl 1-3), destruirá las barreras construidas entre los países y sustituirá la arrogancia de unos pocos por la solidaridad de muchos. La condición de marginación en la que se ven inmersas millones de personas no podrá durar mucho tiempo. Su grito aumenta y alcanza a toda la tierra. Como escribió D. Primo Mazzolari: «El pobre es una protesta continua contra nuestras injusticias; el pobre es un polvorín. Si le das fuego, el mundo estallará».

5. No hay forma de eludir la llamada apremiante que la Sagrada Escritura confía a los pobres. Dondequiera que se mire, la Palabra de Dios indica que los pobres son aquellos que no disponen de lo necesario para vivir porque dependen de los demás. Ellos son el oprimido, el humilde, el que está postrado en tierra. Aun así, ante esta multitud innumerable de indigentes, Jesús no tuvo miedo de identificarse con cada uno de ellos: «Cada vez que lo hicisteis con uno de estos, mis hermanos más pequeños, conmigo lo hicisteis» ( Mt 25,40). Huir de esta identificación equivale a falsificar el Evangelio y atenuar la revelación. El Dios que Jesús quiso revelar es éste: un Padre generoso, misericordioso, inagotable en su bondad y gracia, que ofrece esperanza sobre todo a los que están desilusionados y privados de futuro.

¿Cómo no destacar que las bienaventuranzas, con las que Jesús inauguró la predicación del Reino de Dios, se abren con esta expresión: «Bienaventurados los pobres» ( Lc 6,20)? El sentido de este anuncio paradójico es que el Reino de Dios pertenece precisamente a los pobres, porque están en condiciones de recibirlo. ¡Cuántas personas pobres encontramos cada día! A veces parece que el paso del tiempo y las conquistas de la civilización aumentan su número en vez de disminuirlo. Pasan los siglos, y la bienaventuranza evangélica parece cada vez más paradójica; los pobres son cada vez más pobres, y hoy día lo son aún más. Pero Jesús, que ha inaugurado su Reino poniendo en el centro a los pobres, quiere decirnos precisamente esto: Él ha inaugurado , pero nos ha confiado a nosotros, sus discípulos, la tarea de llevarlo adelante, asumiendo la responsabilidad de dar esperanza a los pobres. Es necesario, sobre todo en una época como la nuestra, reavivar la esperanza y restaurar la confianza. Es un programa que la comunidad cristiana no puede subestimar. De esto depende que sea creíble nuestro anuncio y el testimonio de los cristianos.

6. La Iglesia, estando cercana a los pobres, se reconoce como un pueblo extendido entre tantas naciones cuya vocación es la de no permitir que nadie se sienta extraño o excluido, porque implica a todos en un camino común de salvación. La condición de los pobres obliga a no distanciarse de ninguna manera del Cuerpo del Señor que sufre en ellos. Más bien, estamos llamados a tocar su carne para comprometernos en primera persona en un servicio que constituye auténtica evangelización. La promoción de los pobres, también en lo social, no es un compromiso externo al anuncio del Evangelio, por el contrario, pone de manifiesto el realismo de la fe cristiana y su validez histórica. El amor que da vida a la fe en Jesús no permite que sus discípulos se encierren en un individualismo asfixiante, soterrado en segmentos de intimidad espiritual, sin ninguna influencia en la vida social (cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium , 183).

Hace poco hemos llorado la muerte de un gran apóstol de los pobres, Jean Vanier, quien con su dedicación logró abrir nuevos caminos a la labor de promoción de las personas marginadas. Jean Vanier recibió de Dios el don de dedicar toda su vida a los hermanos y hermanas con discapacidades graves, a quienes la sociedad a menudo tiende a excluir. Fue un “santo de la puerta de al lado” de la nuestra; con su entusiasmo supo congregar en torno suyo a muchos jóvenes, hombres y mujeres, que con su compromiso cotidiano dieron amor y devolvieron la sonrisa a muchas personas débiles y frágiles, ofreciéndoles una verdadera “arca” de salvación contra la marginación y la soledad. Este testimonio suyo ha cambiado la vida de muchas personas y ha ayudado al mundo a mirar con otros ojos a las personas más débiles y frágiles. El grito de los pobres ha sido escuchado y ha producido una esperanza inquebrantable, generando signos visibles y tangibles de un amor concreto que también hoy podemos reconocer.

7. «La opción por los últimos, por aquellos que la sociedad descarta y desecha» ( ibíd ., 195) es una opción prioritaria que los discípulos de Cristo están llamados a realizar para no traicionar la credibilidad de la Iglesia y dar esperanza efectiva a tantas personas indefensas. En ellas, la caridad cristiana encuentra su verificación, porque quien se compadece de sus sufrimientos con el amor de Cristo recibe fuerza y confiere vigor al anuncio del Evangelio.

El compromiso de los cristianos, con ocasión de esta Jornada Mundial y sobre todo en la vida ordinaria de cada día, no consiste sólo en iniciativas de asistencia que, si bien son encomiables y necesarias, deben tender a incrementar en cada uno la plena atención que le es debida a cada persona que se encuentra en dificultad. «Esta atención amante es el inicio de una verdadera preocupación» ( ibíd ., 199) por los pobres en la búsqueda de su verdadero bien. No es fácil ser testigos de la esperanza cristiana en el contexto de una cultura consumista y de descarte, orientada a acrecentar el bienestar superficial y efímero. Es necesario un cambio de mentalidad para redescubrir lo esencial y darle cuerpo y efectividad al anuncio del Reino de Dios.

La esperanza se comunica también a través de la consolación, que se realiza acompañando a los pobres no por un momento, cargado de entusiasmo, sino con un compromiso que se prolonga en el tiempo. Los pobres obtienen una esperanza verdadera no cuando nos ven complacidos por haberles dado un poco de nuestro tiempo, sino cuando reconocen en nuestro sacrificio un acto de amor gratuito que no busca recompensa.

8. A los numerosos voluntarios, que muchas veces tienen el mérito de ser los primeros en haber intuido la importancia de esta preocupación por los pobres, les pido que crezcan en su dedicación. Queridos hermanos y hermanas: Os exhorto a descubrir en cada pobre que encontráis lo que él realmente necesita; a no deteneros ante la primera necesidad material, sino a ir más allá para descubrir la bondad escondida en sus corazones, prestando atención a su cultura y a sus maneras de expresarse, y así poder entablar un verdadero diálogo fraterno. Dejemos de lado las divisiones que provienen de visiones ideológicas o políticas, fijemos la mirada en lo esencial, que no requiere muchas palabras sino una mirada de amor y una mano tendida. No olvidéis nunca que «la peor discriminación que sufren los pobres es la falta de atención espiritual» ( ibíd ., 200).

Antes que nada, los pobres tienen necesidad de Dios, de su amor hecho visible gracias a personas santas que viven junto a ellos, las que en la sencillez de su vida expresan y ponen de manifiesto la fuerza del amor cristiano. Dios se vale de muchos caminos y de instrumentos infinitos para llegar al corazón de las personas. Por supuesto, los pobres se acercan a nosotros también porque les distribuimos comida, pero lo que realmente necesitan va más allá del plato caliente o del bocadillo que les ofrecemos. Los pobres necesitan nuestras manos para reincorporarse, nuestros corazones para sentir de nuevo el calor del afecto, nuestra presencia para superar la soledad. Sencillamente, ellos necesitan amor.

9. A veces se requiere poco para devolver la esperanza: basta con detenerse, sonreír, escuchar. Por un día dejemos de lado las estadísticas; los pobres no son números a los que se pueda recurrir para alardear con obras y proyectos. Los pobres son personas a las que hay que ir a encontrar: son jóvenes y ancianos solos a los que se puede invitar a entrar en casa para compartir una comida; hombres, mujeres y niños que esperan una palabra amistosa. Los pobres nos salvan porque nos permiten encontrar el rostro de Jesucristo.

A los ojos del mundo, no parece razonable pensar que la pobreza y la indigencia puedan tener una fuerza salvífica; sin embargo, es lo que enseña el Apóstol cuando dice: «No hay en ella muchos sabios en lo humano, ni muchos poderosos, ni muchos aristócratas; sino que, lo necio del mundo lo ha escogido Dios para humillar a los sabios, y lo débil del mundo lo ha escogido Dios para humillar lo poderoso. Aún más, ha escogido la gente baja del mundo, lo despreciable, lo que no cuenta, para anular a lo que cuenta, de modo que nadie pueda gloriarse en presencia del Señor» ( 1 Co 1,26-29). Con los ojos humanos no se logra ver esta fuerza salvífica; con los ojos de la fe, en cambio, se la puede ver en acción y experimentarla en primera persona. En el corazón del Pueblo de Dios que camina late esta fuerza salvífica, que no excluye a nadie y a todos congrega en una verdadera peregrinación de conversión para reconocer y amar a los pobres.

10. El Señor no abandona al que lo busca y a cuantos lo invocan; «no olvida el grito de los pobres» ( Sal 9,13), porque sus oídos están atentos a su voz. La esperanza del pobre desafía las diversas situaciones de muerte, porque él se sabe amado particularmente por Dios, y así logra vencer el sufrimiento y la exclusión. Su condición de pobreza no le quita la dignidad que ha recibido del Creador; vive con la certeza de que Dios mismo se la restituirá plenamente, pues él no es indiferente a la suerte de sus hijos más débiles, al contrario, se da cuenta de sus afanes y dolores y los toma en sus manos, y a ellos les concede fuerza y valor (cf. Sal 10,14). La esperanza del pobre se consolida con la certeza de ser acogido por el Señor, de encontrar en él la verdadera justicia, de ser fortalecido en su corazón para seguir amando (cf. Sal 10,17).

La condición que se pone a los discípulos del Señor Jesús, para ser evangelizadores coherentes, es sembrar signos tangibles de esperanza. A todas las comunidades cristianas y a cuantos sienten la necesidad de llevar esperanza y consuelo a los pobres, pido que se comprometan para que esta Jornada Mundial pueda reforzar en muchos la voluntad de colaborar activamente para que nadie se sienta privado de cercanía y solidaridad. Que nos acompañen las palabras del profeta que anuncia un futuro distinto: «A vosotros, los que teméis mi nombre, os iluminará un sol de justicia y hallaréis salud a su sombra» ( Mal 3,20).

Vaticano, 13 de junho de 2018
Memória litúrgica de Santo António de Pádua

FRANCISCO

[01040-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

A esperança dos pobres jamais se frustrará

1. «A esperança dos pobres jamais se frustrará» ( Sal 9, 19). Estas palavras são de incrível atualidade. Expressam uma verdade profunda, que a fé consegue gravar sobretudo no coração dos mais pobres: a esperança perdida devido às injustiças, aos sofrimentos e à precariedade da vida será restabelecida.

O salmista descreve a condição do pobre e a arrogância de quem o oprime (cf. Sal 10, 1-10). Invoca o juízo de Deus, para que seja restabelecida a justiça e vencida a iniquidade (cf. Sal 10, 14-15). Parece ecoar nas suas palavras uma questão que atravessa o decurso dos séculos até aos nossos dias: como é que Deus pode tolerar esta desigualdade? Como pode permitir que o pobre seja humilhado, sem intervir em sua ajuda? Por que consente que o opressor tenha vida feliz, enquanto o seu comportamento haveria de ser condenado precisamente devido ao sofrimento do pobre?

No período da redação do Salmo, assistia-se a um grande desenvolvimento económico, que acabou também – como acontece frequentemente – por gerar fortes desequilíbrios sociais. A desigualdade gerou um grupo considerável de indigentes, cuja condição aparecia ainda mais dramática quando comparada com a riqueza alcançada por poucos privilegiados. Observando esta situação, o autor sagrado pinta um quadro realista e muito verdadeiro.

Era o tempo em que pessoas arrogantes e sem qualquer sentido de Deus espiavam os pobres para se apoderar até do pouco que tinham, reduzindo-os à escravidão. A realidade, hoje, não é muito diferente! A numerosos grupos de pessoas, a crise económica não lhes impediu um enriquecimento tanto mais anómalo quando confrontado com o número imenso de pobres que vemos pelas nossas estradas e a quem falta o necessário, acabando por vezes humilhados e explorados. Acodem à mente estas palavras do Apocalipse: «Porque dizes: “sou rico, enriqueci e nada me falta”, e não te dás conta de que és um infeliz, um miserável, um pobre, um cego, um nu?» (3, 17). Passam os séculos, mas permanece imutável a condição de ricos e pobres, como se a experiência da história não ensinasse nada. Assim, as palavras do salmo não dizem respeito ao passado, mas ao nosso presente submetido ao juízo de Deus.

2. Também hoje devemos elencar muitas formas de novas escravidões a que estão submetidos milhões de homens, mulheres, jovens e crianças.

Todos os dias encontramos famílias obrigadas a deixar a sua terra à procura de formas de subsistência noutro lugar; órfãos que perderam os pais ou foram violentamente separados deles para uma exploração brutal; jovens em busca duma realização profissional, cujo acesso lhes é impedido por míopes políticas económicas; vítimas de tantas formas de violência, desde a prostituição à droga, e humilhadas no seu íntimo. Além disso, como esquecer os milhões de migrantes vítimas de tantos interesses ocultos, muitas vezes instrumentalizados para uso político, a quem se nega a solidariedade e a igualdade? E tantas pessoas sem abrigo e marginalizadas que vagueiam pelas estradas das nossas cidades?

Quantas vezes vemos os pobres nas lixeiras a catar o descarte e o supérfluo, a fim de encontrar algo para se alimentar ou vestir! Tendo-se tornado, eles próprios, parte duma lixeira humana, são tratados como lixo, sem que isto provoque qualquer sentido de culpa em quantos são cúmplices deste escândalo. Aos pobres, frequentemente considerados parasitas da sociedade, não se lhes perdoa sequer a sua pobreza. A condenação está sempre pronta. Não se podem permitir sequer o medo ou o desânimo: simplesmente porque pobres, serão tidos por ameaçadores ou incapazes.

Drama dentro do drama, não lhes é consentido ver o fim do túnel da miséria. Chegou-se ao ponto de teorizar e realizar uma arquitetura hostil para desembaraçar-se da sua presença mesmo nas estradas, os últimos espaços de acolhimento. Vagueiam duma parte para outra da cidade, esperando obter um emprego, uma casa, um afeto… Qualquer possibilidade que eventualmente lhes seja oferecida, torna-se um vislumbre de luz; e mesmo nos lugares onde deveria haver pelo menos justiça, até lá muitas vezes se abate sobre eles violentamente a prepotência. Constrangidos durante horas infinitas sob um sol abrasador para recolher a fruta da época, são recompensados com um ordenado irrisório; não têm segurança no trabalho, nem condições humanas que lhes permitam sentir-se iguais aos outros. Para eles, não existe fundo de desemprego, liquidação nem sequer a possibilidade de adoecer.

Com vivo realismo, o salmista descreve o comportamento dos ricos que roubam os pobres: «Arma ciladas para assaltar o pobre e (…) arrasta-o na sua rede» (cf. Sal 10, 9). Para eles, é como se se tratasse duma caçada, na qual os pobres são perseguidos, presos e feitos escravos. Numa condição assim, fecha-se o coração de muitos, e leva a melhor o desejo de desaparecer. Em suma, reconhecemos uma multidão de pobres, muitas vezes tratados com retórica e suportados com fastídio. Como que se tornam invisíveis, e a sua voz já não tem força nem consistência na sociedade. Homens e mulheres cada vez mais estranhos entre as nossas casas e marginalizados entre os nossos bairros.

3. O contexto descrito pelo salmo tinge-se de tristeza, devido à injustiça, ao sofrimento e à amargura que fere os pobres. Apesar disso, dá uma bela definição do pobre: é aquele que «confia no Senhor» (cf. 9, 11), pois tem a certeza de que nunca será abandonado. Na Escritura, o pobre é o homem da confiança! E o autor sagrado indica também o motivo desta confiança: ele «conhece o seu Senhor» (cf. 9, 11) e, na linguagem bíblica, este «conhecer» indica uma relação pessoal de afeto e de amor.

Encontramo-nos perante uma descrição verdadeiramente impressionante, que nunca esperaríamos. Assim faz sobressair a grandeza de Deus, quando Se encontra diante dum pobre. A sua força criadora supera toda a expetativa humana e concretiza-se na «recordação» que Ele tem daquela pessoa concreta (cf. 9, 13). É precisamente esta confiança no Senhor, esta certeza de não ser abandonado, que convida o pobre à esperança. Sabe que Deus não o pode abandonar; por isso, vive sempre na presença daquele Deus que Se recorda dele. A sua ajuda estende-se para além da condição atual de sofrimento, a fim de delinear um caminho de libertação que transforma o coração, porque o sustenta no mais profundo do seu ser.

4. Constitui um refrão permanente da Sagrada Escritura a descrição da ação de Deus em favor dos pobres. É Aquele que «escuta», «intervém», «protege», «defende», «resgata», «salva»… Em suma, um pobre não poderá jamais encontrar Deus indiferente ou silencioso perante a sua oração. É Aquele que faz justiça e não esquece (cf. Sal 40, 18; 70, 6); mais, constitui um refúgio para o pobre e não cessa de vir em sua ajuda (cf. Sal 10, 14).

Podem-se construir muitos muros e obstruir as entradas, iludindo-se assim de sentir-se a seguro com as suas riquezas em prejuízo dos que ficam do lado de fora. Mas não será assim para sempre. O «dia do Senhor», descrito pelos profetas (cf. Am 5, 18; Is 2 – 5; Jl 1 – 3), destruirá as barreiras criadas entre países e substituirá a arrogância de poucos com a solidariedade de muitos. A condição de marginalização, em que vivem acabrunhadas milhões de pessoas, não poderá durar por muito tempo. O seu clamor aumenta e abraça a terra inteira. Como escrevia o Padre Primo Mazzolari: «O pobre é um contínuo protesto contra as nossas injustiças; o pobre é um paiol. Se lhe ateias o fogo, o mundo vai pelo ar».

5. Não é possível jamais iludir o premente apelo que a Sagrada Escritura confia aos pobres. Para onde quer que se volte o olhar, a Palavra de Deus indica que os pobres são todos aqueles que, não tendo o necessário para viver, dependem dos outros. São o oprimido, o humilde, aquele que está prostrado por terra. Mas, perante esta multidão inumerável de indigentes, Jesus não teve medo de Se identificar com cada um deles: «Sempre que fizestes isto a um destes meus irmãos mais pequeninos, a Mim mesmo o fizestes» ( Mt 25, 40). Esquivar-se desta identificação equivale a ludibriar o Evangelho e diluir a revelação. O Deus que Jesus quis revelar é este: um Pai generoso, misericordioso, inexaurível na sua bondade e graça, que dá esperança sobretudo a quantos estão desiludidos e privados de futuro.

Como não assinalar que as Bem-aventuranças, com que Jesus inaugurou a pregação do Reino de Deus, começam por esta expressão: «Felizes vós, os pobres» ( Lc 6, 20)? O sentido deste anúncio paradoxal é precisamente que o Reino de Deus pertence aos pobres, porque estão na condição de o receber. Encontramos tantos pobres cada dia! Às vezes parece que o transcorrer do tempo e as conquistas da civilização, em vez de diminuir o seu número, aumentam-no. Passam os séculos, e aquela Bem-aventurança evangélica apresenta-se cada vez mais paradoxal: os pobres são sempre mais pobres, e hoje são-no ainda mais. Mas, colocando no centro os pobres ao inaugurar o seu Reino, Jesus quer-nos dizer precisamente isto: Ele inaugurou , mas confiou-nos, a nós seus discípulos, a tarefa de lhe dar seguimento, com a responsabilidade de dar esperança aos pobres. Sobretudo num período como o nosso, é preciso reanimar a esperança e restabelecer a confiança. É um programa que a comunidade cristã não pode subestimar. Disso depende a credibilidade do nosso anúncio e do testemunho dos cristãos.

6. Ao aproximar-se dos pobres, a Igreja descobre que é um povo, espalhado entre muitas nações, que tem a vocação de fazer com que ninguém se sinta estrangeiro nem excluído, porque a todos envolve num caminho comum de salvação. A condição dos pobres obriga a não se afastar do Corpo do Senhor que sofre neles. Antes, pelo contrário, somos chamados a tocar a sua carne para nos comprometermos em primeira pessoa num serviço que é autêntica evangelização. A promoção, mesmo social, dos pobres não é um compromisso extrínseco ao anúncio do Evangelho; pelo contrário, manifesta o realismo da fé cristã e a sua validade histórica. O amor que dá vida à fé em Jesus não permite que os seus discípulos se fechem num individualismo asfixiador, oculto nas pregas duma intimidade espiritual, sem qualquer influxo na vida social (cf. Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium , 183).

Recentemente, choramos a perda dum grande apóstolo dos pobres, Jean Vanier, o qual, com a sua dedicação, abriu novos caminhos à partilha promotora das pessoas marginalizadas. Jean Vanier recebeu de Deus o dom de dedicar toda a sua vida aos irmãos com deficiências profundas, que muitas vezes a sociedade tende a excluir. Foi um «santo da porta ao lado» da nossa; com o seu entusiasmo, soube reunir à sua volta muitos jovens, homens e mulheres, que, com o seu empenho diário, deram amor e devolveram o sorriso a tantas pessoas vulneráveis e frágeis, oferecendo-lhes uma verdadeira «arca» de salvação contra a marginalização e a solidão. Este seu testemunho mudou a vida de muitas pessoas e ajudou o mundo a olhar com olhos diferentes para as pessoas mais frágeis e vulneráveis. O clamor dos pobres foi ouvido e gerou uma esperança inabalável, criando sinais visíveis e palpáveis dum amor concreto, que podemos constatar até ao dia de hoje.

7. «A opção pelos últimos, por aqueles que a sociedade descarta e lança fora» ( ibid ., 195), é uma escolha prioritária que os discípulos de Cristo são chamados a abraçar para não trair a credibilidade da Igreja e dar uma esperança concreta a tantos indefesos. É neles que a caridade cristã encontra a sua prova real, porque quem partilha os seus sofrimentos com o amor de Cristo recebe força e dá vigor ao anúncio do Evangelho.

O compromisso dos cristãos, por ocasião deste Dia Mundial e sobretudo na vida ordinária de cada dia, não consiste apenas em iniciativas de assistência que, embora louváveis e necessárias, devem tender a aumentar em cada um aquela atenção plena, que é devida a toda a pessoa que se encontra em dificuldade. «Esta atenção amiga é o início duma verdadeira preocupação» ( ibid ., 199) pelos pobres, buscando o seu verdadeiro bem. Não é fácil ser testemunha da esperança cristã no contexto cultural do consumismo e do descarte, sempre propenso a aumentar um bem-estar superficial e efémero. Requer-se uma mudança de mentalidade para redescobrir o essencial, para encarnar e tornar incisivo o anúncio do Reino de Deus.

A esperança comunica-se também através da consolação que se implementa acompanhando os pobres, não por alguns dias permeados de entusiasmo, mas com um compromisso que perdura no tempo. Os pobres adquirem verdadeira esperança, não quando nos veem gratificados por lhes termos concedido um pouco do nosso tempo, mas quando reconhecem no nosso sacrifício um ato de amor gratuito que não procura recompensa.

8. A tantos voluntários, a quem muitas vezes é devido o mérito de ter sido os primeiros a intuir a importância desta atenção aos pobres, peço para crescerem na sua dedicação. Queridos irmãos e irmãs, exorto-vos a procurar, em cada pobre que encontrais, aquilo de que ele tem verdadeiramente necessidade; a não vos deter na primeira necessidade material, mas a descobrir a bondade que se esconde no seu coração, tornando-vos atentos à sua cultura e modos de se exprimir, para poderdes iniciar um verdadeiro diálogo fraterno. Coloquemos de parte as divisões que provêm de visões ideológicas ou políticas, fixemos o olhar no essencial que não precisa de muitas palavras, mas dum olhar de amor e duma mão estendida. Nunca vos esqueçais que «a pior discriminação que sofrem os pobres é a falta de cuidado espiritual» ( ibid. , 200).

Antes de tudo, os pobres precisam de Deus, do seu amor tornado visível por pessoas santas que vivem ao lado deles e que, na simplicidade da sua vida, exprimem e fazem emergir a força do amor cristão. Deus serve-se de tantos caminhos e de infinitos instrumentos para alcançar o coração das pessoas. É certo que os pobres também se aproximam de nós porque estamos a distribuir-lhes o alimento, mas aquilo de que verdadeiramente precisam ultrapassa a sopa quente ou a sanduíche que oferecemos. Os pobres precisam das nossas mãos para se reerguer, dos nossos corações para sentir de novo o calor do afeto, da nossa presença para superar a solidão. Precisam simplesmente de amor…

9. Por vezes, basta pouco para restabelecer a esperança: basta parar, sorrir, escutar. Durante um dia, deixemos de parte as estatísticas; os pobres não são números, que invocamos para nos vangloriar de obras e projetos. Os pobres são pessoas a quem devemos encontrar: são jovens e idosos sozinhos que se hão de convidar a entrar em casa para partilhar a refeição; homens, mulheres e crianças que esperam uma palavra amiga. Os pobres salvam-nos, porque nos permitem encontrar o rosto de Jesus Cristo.

Aos olhos do mundo, é irracional pensar que a pobreza e a indigência possam ter uma força salvífica; e, todavia, é o que ensina o Apóstolo quando diz: «Humanamente falando, não há entre vós muitos sábios, nem muitos poderosos, nem muitos nobres. Mas o que há de louco no mundo é que Deus escolheu para confundir os sábios; e o que há de fraco no mundo é que Deus escolheu para confundir o que é forte. O que o mundo considera vil e desprezível é que Deus escolheu; escolheu os que nada são, para reduzir a nada aqueles que são alguma coisa. Assim, ninguém se pode vangloriar diante de Deus» ( 1 Cor 1, 26-29). Com os olhos humanos, não se consegue ver esta força salvífica; mas, com os olhos da fé, é possível vê-la em ação e experimentá-la pessoalmente. No coração do Povo de Deus em caminho, palpita esta força salvífica que não exclui ninguém, e a todos envolve numa verdadeira peregrinação de conversão para reconhecer os pobres e amá-los.

10. O Senhor não abandona a quem O procura e a quantos O invocam; «não esquece o clamor dos pobres» ( Sal 9, 13), porque os seus ouvidos estão atentos à sua voz. A esperança do pobre desafia as várias condições de morte, porque sabe que é particularmente amado por Deus e, assim, triunfa sobre o sofrimento e a exclusão. A sua condição de pobreza não lhe tira a dignidade que recebeu do Criador; vive na certeza de que a mesma ser-lhe-á restabelecida plenamente pelo próprio Deus. Ele não fica indiferente à sorte dos seus filhos mais frágeis; pelo contrário, observa as suas fadigas e sofrimentos, para os tomar na sua mão, e dá-lhes força e coragem (cf. Sal 10, 14). A esperança do pobre torna-se forte com a certeza de que é acolhido pelo Senhor, n’Ele encontra verdadeira justiça, fica revigorado no coração para continuar a amar (cf. Sal 10, 17).

Aos discípulos do Senhor Jesus, a condição que se lhes impõe para serem evangelizadores coerentes é semear sinais palpáveis de esperança. A todas as comunidades cristãs e a quantos sentem a exigência de levar esperança e conforto aos pobres, peço que se empenhem para que este Dia Mundial possa reforçar em muitos a vontade de colaborar concretamente para que ninguém se sinta privado da proximidade e da solidariedade. Acompanhem-nos as palavras do profeta que anuncia um futuro diferente: «Para vós, que respeitais o meu nome, brilhará o sol de justiça, trazendo a cura nos seus raios» ( Ml 3, 20).

Vaticano, 13 de junho de 2019
Memória litúrgica de Santo António de Pádua

FRANCISCO

[01040-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Ufność nieszczęśliwych nigdy ich nie zawiedzie

1. „Ufność nieszczęśliwych nigdy ich nie zawiedzie” (Ps 9,19). Te słowa Psalmu są niesamowicie aktualne i wyrażają głęboką prawdę, którą wiara wpisuje w serce najbiedniejszych: da się odnowić nadzieję straconą w obliczu niesprawiedliwości, cierpień i niepewności życia.

Psalmista opisuje warunki, w jakich żyje biedak oraz arogancję tego, kto go uciska (por. w. 22-31). Autor natchniony przyzywa sądu Bożego, aby przywrócona została sprawiedliwość oraz przezwyciężona nieprawość (por. w. 35-36). Wydaje się, iż w jego słowach powraca pytanie, które zadawane jest nieustannie na przestrzeni wieków: jak Bóg może tolerować taką nierówność? Jak może pozwolić, aby biedak był upokarzany, nie przychodząc mu z pomocą? Dlaczego pozwala, aby ten, kto uciska, miał szczęśliwe życie, gdy tymczasem to jego zachowanie powinno zostać potępione właśnie ze względu na cierpienia biednego?

W czasie, gdy powstawał niniejszy Psalm, ludzie mieli do czynienia z wielkim rozwojem ekonomicznym, który, jak to często bywa, doprowadził do wielu nierówności społecznych. Nierówność ta spowodowała powstanie licznej grupy potrzebujących, których warunki życia zdawały się być jeszcze bardziej dramatyczne, gdy porównujemy je z bogactwem osiągniętym przez niewielu uprzywilejowanych. Autor Psalmu, przyglądając się tej sytuacji, maluje obraz tyleż realistyczny, co prawdziwy.

Był to czas, w którym ludzie aroganccy i nieposiadający żadnego poczucia Boga polowali na biednych, aby wziąć w posiadanie nawet to niewiele, co mieli i sprowadzić ich do rangi niewolników. Nie rożni się to zbytnio od dzisiejszych czasów. Niedawny kryzys ekonomiczny nie przeszkodził licznym grupom osób na wzbogacenie się, które tym bardziej jawi się jako anomalia, im więcej ludzi ubogich spotykamy na ulicach naszych miast, którym brakuje tego, co konieczne do życia, i którzy czasem są nękani i wykorzystywani. Przychodzą na myśl słowa Apokalipsy: „Ty bowiem mówisz: «Jestem bogaty», i «wzbogaciłem się», i «niczego mi nie potrzeba», a nie wiesz, że to ty jesteś nieszczęsny i godzien litości, i biedny i ślepy, i nagi” ( Ap 3,17). Mijają wieki, ale sytuacja bogatych i biednych się nie zmienia, tak jakby doświadczenie wyniesione z historii nic nas nie uczyło. Słowa Psalmu nie odnoszą się więc do przeszłości, ale do naszego obecnego miejsca przed sądem Bożym.

2. Również i dziś musimy wyliczyć wiele form nowego niewolnictwa, którym poddawane są miliony kobiet i mężczyzn, ludzi młodych oraz dzieci.

Spotykamy codziennie rodziny zmuszone do zostawienia swojej ziemi, aby szukać gdzie indziej możliwości przetrwania; sieroty , które straciły rodziców bądź też zostały przemocą oddzielone od nich w celu brutalnego wykorzystania; młodych , którzy poszukują dróg realizacji zawodowej, nie mogąc jednak rozpocząć pracy z powodu krótkowzrocznej polityki ekonomicznej; ofiary różnych form przemocy, od prostytucji po narkomanię, upokorzone w głębi ducha. Jak zapomnieć o milionach imigrantów , ofiary tylu ukrytych interesów, często wykorzystywanych w celach politycznych, którym odmawia się solidarności i równości? A osoby bezdomne , na marginesie , które krążą po ulicach naszych miast?

Ileż razy widzimy biednych na wysypiskach , gdzie zbierają pozostałości z tego, co zbywa, aby znaleźć coś do jedzenia i ubrania! W ten sposób również oni stali się częścią wysypiska ludzkiego i są traktowani jak odpady, nie powodując przy tym żadnego poczucia winy u tych, którzy doprowadzają do tej skandalicznej sytuacji. Ci ubodzy często są traktowani jak pasożyty społeczeństwa, które nie przebacza im nawet ich własnej biedy. Osądzanie innych jest zawsze pod ręką. Nie mogą pozwolić sobie na bycie nieśmiałymi albo przygnębionymi, są postrzegani jako niebezpieczni albo niezdolni tylko dlatego, że są biedni.

Dramat w dramacie, nie pozwala się im zobaczyć światełka końca w tym tunelu biedy. Doszliśmy do momentu, w którym planuje się zrealizowanie wrogiej architektury , czyli takiego uksztaltowania ulic, które pozwoli na pozbycie się biednych z tych ostatnich miejsc, jakie ich przyjmują. Przemieszczają się oni z jednego końca miasta na drugi, mając nadzieję na otrzymanie pracy, domu, uczucia… Każda ewentualna możliwość zaoferowana im staje się błyskiem światła. Jednak również tam, gdzie należałoby się spodziewać sprawiedliwości, często spotyka ich przemoc i nadużycie. Zmuszani są do wielogodzinnej pracy w palącym słońcu na polach uprawnych, otrzymując za to iluzoryczną zapłatę. Nie mają zapewnionego bezpieczeństwa w pracy, brakuje ludzkich warunków, które pozwoliłyby im się czuć na równi z innymi. Dla tych ludzi nie istnieje wsparcie przewidziane dla bezrobotnych, odszkodowanie, nie mogą nawet zachorować.

Psalmista opisuje surową rzeczywistość, sposób zachowania bogatych, którzy odzierają biednych: „zasadza się, by porwać ubogiego […] i w sieć swoją wciąga” (por. Ps 10,9). Ten opis wygląda na polowanie, w którym biedni są zwierzyną łowną, zdobywani i zniewoleni. W takich warunkach serce wielu osób się zamyka, a chęć stania się niewidzialnym zwycięża z innymi myślami. Istnieje ogromna ilość biednych, traktowanych często w kategoriach retorycznych i postrzeganych jako kłopot. Stają się jakby niewidoczni, a ich głos nie ma już mocy ani znaczenia w społeczeństwie. Kobiety i mężczyźni coraz bardziej obcy w naszych domach i zmarginalizowani w naszych dzielnicach.

3. Kontekst, który opisuje Psalm, zabarwia się smutkiem z powodu niesprawiedliwości, cierpienia i gorzkiego losu, który uderza w biednych. Pomimo to ofiaruje nam piękną definicję człowieka ubogiego: to ten, kto „ufa Panu” (por. Ps 9,11), ponieważ ma pewność, że nigdy nie zostanie opuszczony. Biedak w Piśmie Świętym jest człowiekiem zaufania! Autor natchniony daje również powód tego zaufania: biedak „zna swojego Pana” (Por. tamże), a w języku biblijnym słowo „znać” wskazuje na osobistą relację uczucia i miłości.

Stajemy przed zdumiewającym opisem, którego byśmy się nigdy nie spodziewali. Opis ten wyraża przede wszystkim wielkość Boga, gdy znajduje się On przed ubogim. Jego siła stwórcza przezwycięża każde ludzkie oczekiwanie i staje się namacalna w „pamięci”, którą On ma o tej konkretnej osobie (por. w. 13). To właśnie zaufanie w Panu, ta pewność, że nie jest się opuszczonym, wzywa do nadziei. Biedak wie, że Bóg nie może go opuścić, dlatego żyje zawsze w obecności tego Boga, który o nim pamięta. Jego pomoc rozciąga się poza bieżącą sytuację cierpienia, wyznaczając drogę uwolnienia, która przemienia serce, ponieważ podtrzymuje je w całej jego głębi.

4. Opis działania Boga na rzecz ubogich to powtarzający się temat Pisma Świętego. On jest tym, który „słucha”, „interweniuje”, „broni”, „wykupuje”, „zbawia”… Zatem biedak nie napotka nigdy Boga obojętnego albo milczącego wobec jego modlitwy. Bóg jest tym, który oddaje sprawiedliwość i nie zapomina (por. Ps 40,18; 70,6). Co więcej, Bóg staje się miejscem ucieczki dla biedaka i niezawodnie przychodzi mu z pomocą ( Ps 10,14).

Można wznosić wiele murów i zastawiać wejścia, aby stworzyć iluzoryczne poczucie bezpieczeństwa w otoczeniu własnych bogactw, ze szkodą dla tych, którzy zostali na zewnątrz. Nie będzie to jednak stan trwający wiecznie. „Dzień Pana”, jak to opisują prorocy (por. Am 5,18; Iz 2-5; Jl 1-3), zniszczy bariery stworzone między narodami i zastąpi wyniosłość niewielu solidarnością licznych. Sytuacja życia na marginesie, w której znajdują się miliony osób, nie może już długo trwać. Ich krzyk staje się coraz mocniejszy i słychać go już na całej ziemi. Jak to napisał ks. Primo Mazzolari: „Biedak jest ciągłym protestem przeciwko naszym niesprawiedliwościom. Biedak jest jak prochownia – jeśli ją podpalisz, to świat wybuchnie”.

5. Nie można nigdy ominąć naglącego wołania, które Pismo Święte powierza biednym. Gdziekolwiek na kartach Pisma kieruje się wzrok, tam Słowo Boże ukazuje, że biedni to ci, którzy nie mają tego, co konieczne do życia i zależą przez to od innych. Biedny to człowiek uciemiężony, pokorny, ten kto leży na ziemi. Mimo to Jezus, stojąc przed niezliczona rzeszą potrzebujących, nie obawiał się utożsamienia się z nimi: „Wszystko, co uczyniliście jednemu z tych braci moich najmniejszych, Mnieście uczynili” (Mt 25,40). Uciekać od tego utożsamienia się jest równoznaczne z oszustwem Ewangelii i rozmywaniem Objawienia. Bóg, którego Jezus zechciał objawić, jest następujący: to Ojciec szczodry, miłosierny, niewyczerpany w swojej dobroci i łasce, który daje nadzieję przede wszystkim tym, którzy są rozczarowani i pozbawieni przyszłości.

Jak nie podkreślić faktu, że Błogosławieństwa, którymi Jezus rozpoczął nauczanie o Królestwie Bożym, zaczynają się od słów: „Błogosławieni jesteście wy, ubodzy” ( Łk 6,20)? Sens tych paradoksalnych słów jest właśnie taki, iż Królestwo Boże należy do ubogich, ponieważ spełniają oni warunek, dzięki któremu mogą je otrzymać. Iluż ubogich spotykamy codziennie! Wydaje się, iż upływ czasu oraz zdobycze cywilizacyjne zwiększają ich liczbę, zamiast ją redukować. Mijają wieki, a to Błogosławieństwo ewangeliczne jawi się jako coraz bardziej paradoksalne, gdyż biedni są coraz biedniejsi, a dziś jeszcze bardziej. A jednak Jezus, który zapoczątkował Swoje Królestwo, stawiając w centrum biednych, chce nam zakomunikować właśnie to: On je rozpoczął , ale powierzył nam, swoim uczniom, zadanie niesienia tego Królestwa dalej, biorąc odpowiedzialność za dawanie nadziei biednym. Konieczne jest, przede wszystkim w czasach takich, jak nasze, odnawiać nadzieję i przywracać zaufanie. To program, którego wspólnota chrześcijańska nie może nie doceniać. Z niego bierze się bowiem wiarygodność naszego głoszenia oraz prawdziwość świadectwa chrześcijan.

6. W bliskości biednych Kościół odkrywa, że jest ludem, który, będąc rozproszonym między wieloma nacjami, jest powołany, aby dawał nikomu odczuć, że jest obcy albo wykluczony, ponieważ wszystkich włącza we wspólne kroczenie drogami zbawienia. Sytuacja biednych zobowiązuje, aby nie trzymać na dystans Ciała Pana, który w nich cierpi. Jesteśmy raczej wezwani, ażeby dotykać Jego Ciało, aby zaangażować się osobiście w służbę, która jest autentyczną ewangelizacją. Zaangażowanie, nawet społeczne, na rzecz ubogich nie jest jakąś dodatkową i zewnętrzną działalnością dla Ewangelii, wręcz przeciwnie, ukazuje realizm wiary chrześcijańskiej i jej ważność historyczną. Miłość, która daje życie wierze w Jezusa, nie pozwala uczniom zamknąć się w duszącym indywidualizmie, ukrytym na różnych płaszczyznach duchowej intymności, bez żadnego wpływu na życie społeczne (Adhortacja Apostolska Evangelii Gaudium , 183).

Nie tak dawno opłakiwaliśmy śmierć wielkiego apostoła ubogich, Jeana Vaniera, który swoim oddaniem otworzył nowe drogi promującego dzielenia życia z osobami zmarginalizowanymi. Jean Vanier otrzymał od Boga dar oddania całego życia braciom z ciężkimi rodzajami niepełnosprawności, których często wyklucza się ze społeczeństwa. Stał się on „świętym z naszego sąsiedztwa”. Swoim entuzjazmem potrafił zebrać wokół siebie wiele młodych osób, mężczyzn i kobiet, którzy swoim codziennym zaangażowaniem dali miłość i przywrócili uśmiech na twarzach wielu słabych i wrażliwych, ofiarując im prawdziwą „arkę” zbawienia przeciw samotności i marginalizacji. To świadectwo zmieniło życie wielu osób i pomogło światu popatrzeć innymi oczami na osoby słabsze i wrażliwsze. Wołanie ubogich zostało wysłuchane i obudziło niezłomną nadzieję, stwarzając znaki widzialne i namacalne konkretnej miłości, które do dziś możemy dotykać naszymi rękami.

7. „Opcja na rzecz ostatnich, tych, których społeczeństwo odrzuca” ( tamże , 195) jest uprzywilejowanym wyborem, do podjęcia którego są wezwani uczniowie Chrystusa, aby zdradzić wiarygodności Kościoła i żeby dać skuteczną nadzieję osobom bezbronnym. Miłość chrześcijańska znajduje w nich swoje potwierdzenie, ponieważ ten, kto współczuje ich cierpieniom, w miłości Chrystusa otrzymuje siłę i daje moc głoszeniu Ewangelii.

Zaangażowanie chrześcijan, z okazji tego Dnia Ubogich , a przede wszystkim w życiu codziennym, nie polega tylko na inicjatywach towarzyszących, które, jakkolwiek godne pochwały i konieczne, powinny pobudzić w każdym z nas uwagę poświęcaną tym, którzy znajdują się trudnościach. „Ta pełna miłości uwaga jest początkiem prawdziwego zatroskania” ( tamże , 199) o ubogich oraz poszukiwania dla nich prawdziwego dobra. Nie jest łatwo być świadkami nadziei chrześcijańskiej w kontekście kultury konsumpcyjnej i odrzucającej, która jest zawsze ukierunkowana na powiększanie dobra powierzchownego i przemijającego. Konieczna jest zmiana mentalności, aby ponownie odkryć to, co istotne, i nadać treść i skuteczność głoszeniu Królestwa Bożego.

Nadzieję przekazuje się również przez pocieszenie, które dokonuje się przez towarzyszenie biednym nie tylko w jakiejś chwili pełnej entuzjazmu, ale również w trwałym zaangażowaniu. Biedni otrzymują nadzieję prawdziwą nie wtedy, kiedy widzą nas zadowolonych, że daliśmy im trochę czasu, ale wtedy, gdy odnajdują w naszym poświęceniu akt miłości bezinteresownej, która nie szuka zapłaty.

8. Proszę wszystkich wolontariuszy, którym często należy się uznanie, że jako pierwsi odkryli ważność tej uwagi poświęconej biednym, aby wzrastali w oddaniu. Drodzy bracia i siostry, proszę was, abyście szukali w każdym ubogim, którego napotkacie, tego, czego on naprawdę potrzebuje; abyście nie zatrzymywali się tylko na podstawowych potrzebach materialnych, ale odkrywali dobroć, która znajduje się w ich sercach, będąc uważnymi na ich kulturę oraz sposoby wyrażania się, abyście mogli wejść w braterski dialog z nimi. Odsuńmy na bok podziały ideologiczne czy polityczne, przeglądnijmy się uważnie istotnym sprawom, które nie potrzebują wielu słów, ale spojrzenia miłości oraz wyciągniętej ręki. Nie zapominajcie, że „najgorszą dyskryminacją, jakiej doświadczają ubodzy, jest brak opieki duchowej” ( tamże , 200).

Biedni przede wszystkim potrzebują Boga, Jego miłości, która staje się widzialna dzięki świętym osobom, które żyją obok nich i które, w prostocie ich życia, wyrażają i uwydatniają siłę miłości chrześcijańskiej. Bóg posługuje się wieloma drogami i nieskończoną liczbą narzędzi, aby dosięgnąć serca ludzi. Oczywiście, biedni zbliżają się do nas, ponieważ rozdajemy im jedzenie, ale to, czego naprawdę potrzebują, wykracza poza ciepły posiłek czy kanapkę, którą im ofiarujemy. Biedni potrzebują naszych rąk, aby mogli się podnieść, naszych serc, aby czuć na nowo ciepło uczuć, naszej obecności, aby przezwyciężyć samotność. Potrzebują po prostu miłości.

9. Czasami wystarczy niewiele, aby przywrócić nadzieję: wystarczy zatrzymać się, uśmiechnąć, posłuchać. Przynajmniej na ten jeden dzień zostawmy na boku statystyki. Biedni to nie są numery, dzięki którym możemy pochwalić się działaniami i projektami. Biedni to osoby, którym należy wyjść na spotkanie. To samotni młodzi i starsi ludzie, których trzeba zaprosić do domu, aby podzielić się posiłkiem. To kobiety, mężczyźni i dzieci, którzy czekają na przyjacielskie słowo. Biedni zbawiają nas, ponieważ pozwalają nam spotkać oblicze Chrystusa.

Oczom świata jawi się jako nieracjonalna myśl, że bieda oraz nędza mogą mieć siłę zbawczą. A jednak zapewnia nas o tym Apostoł, kiedy mówi: „Przeto przypatrzcie się, bracia, powołaniu waszemu! Niewielu tam mędrców według oceny ludzkiej, niewielu możnych, niewielu szlachetnie urodzonych. Bóg wybrał właśnie to, co głupie w oczach świata, aby zawstydzić mędrców, wybrał to, co niemocne, aby mocnych poniżyć; i to, co nie jest szlachetnie urodzone według świata i wzgardzone, i to, co nie jest, wyróżnił Bóg, by to co jest, unicestwić, tak by się żadne stworzenie nie chełpiło wobec Boga” ( 1 Kor 1,26-29). Oczami ludzkimi nie potrafimy zobaczyć tej siły zbawczej. Oczami wiary, natomiast, widzimy tą siłę działającą i w pomocy ubogim doświadczamy jej osobiście. W sercu Ludu Bożego, który jest w drodze, bije ta siła zbawcza, która nie wyklucza nikogo, a wszystkich angażuje w rzeczywistej pielgrzymce nawrócenia, aby dostrzec biednych i pokochać ich.

10. Pan nie opuszcza tego, kto Go szuka i tych, którzy Go wzywają, „nie zapomina wołania ubogich” (por. Ps 9,13), ponieważ Jego uszy są uważne na ich głos. Nadzieja biednego jest wyzwaniem dla wielu sytuacji śmierci, ponieważ on wie, że jest szczególnie ukochany przez Boga i w ten sposób zwycięża cierpienie i wykluczenie. Doświadczenie ubóstwa nie zabiera mu jego godności, którą otrzymał od Stwórcy; żyje on w pewności, że zostanie mu ona w pełni zwrócona przez samego Boga, który nie jest obojętny na los swoich najsłabszych synów, lecz widzi ich utrapienia i bóle, i bierze ich w swoje ręce, dając im siłę i odwagę (por. Ps 10,14). Nadzieja biednego umacnia się pewnością tego, że jest on przyjęty przez Pana, że to w Nim znajduje prawdziwą sprawiedliwość i że jego serce jest wzmacniane, aby mógł kochać dalej (por. Ps 10,17).

Warunkiem, jaki stawia Pan Jezus uczniom, aby stali się wiarygodnymi ewangelizatorami, jest konieczność rozsiewania widzialnych znaków nadziei. Wszystkie wspólnoty chrześcijańskie i tych, którzy czują potrzebę niesienia nadziei i pocieszenia ubogim, proszę o zaangażowanie, aby ten Światowy Dzień mógł wzmocnić w wielu chęć konkretnej współpracy, aby nikt nie czuł się pozbawiony bliskości i solidarności. Niech towarzyszą nam słowa proroka, który zwiastuje inną przyszłość: „A dla was, czczących moje imię, wzejdzie słońce sprawiedliwości” ( Ml 3,20).

Z Watykanu, 13 czerwca 2019 r.
Wspomnienie liturgiczne św. Antoniego z Padwy

FRANCISZEK

[01040-PL.01] [Testo originale: Italiano]

[B0508-XX.02]

from Bollettino Sala Stampa della Santa Sede http://bit.ly/2MLGkBP

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